ME LO RICORDERO' FINO A CHE CAMPO
Natalucci Emilio nasce nel 1908 a Filetto di Senigallia. I genitori erano mezzadri e avevano tanta terra.
La mamma gli ha sempre raccontato che è nato sotto una pianta. Lei era andata a giornate, stava tornando dal lavoro e ha avuto le doglie; ha cercato di correre verso il casale ma era lontano e non è riuscita ad arrivare. Allora ha abbracciato una pianta ed è nato lui, che ha avvolto nel grembiule. Quando è arrivata a casa non aveva la chiave, non c’era nessuno, la casa era isolata e allora ha messo qualche mattone sotto la finestra ed è passata da lì.
Emilio aveva 4 fratelli e 1 sorella “adesso ne fanno meno di figli, perché c’è più pratica, più scuola” dice.
Quando era piccolo Emilio andava ad aiutare la mamma con i tacchini e i polli ed è andato a scuola solo fino alla seconda elementare. Imparerà un po’ a scrivere sotto le armi, aiutato dal caporalmaggiore.
Il padre ad un certo punto decide di andare in Brasile, anche contro la volontà della madre.
E’ rimasto 2 anni e poi è tornato. A casa si è dedicato alla terra ma “non c’erano i mezzi che si sono oggi” il lavoro era molto faticoso, seminava a mano, i concimi non c’erano e la terra non rendeva tanto. Doveva essere lavorata con le mani ed era molto scomoda, si utilizzava la zappa e una volta seminato il grano si passava lo sterpatore. Poi bisognava pulire il grano dalle erbacce.
Piano piano arrivano le prime innovazioni, l’aratro, la seminatrice… che si comperavano alla fieri di Iesi. Il fattore informava il padre di queste novità.
All’inizio avevano poca terra, poi, essendo sei maschi, hanno cercato un fondo più grande ma non si trovava facilmente.
La famiglia si è trasferita da Filetto a San Silvestro, in un podere vicino, dove la terra era in una posizione molto scomoda. Lì lavoravano con un paio di bestie “montagnole” e hanno comprato anche un cavallo. Avevano 60 ettari di terra “era un gran fondo” e hanno comperato gli attrezzi e piantato “ogni ben di Dio”. Le decisioni per comperare le cose le prendevano in famiglia. I soldi li teneva tutti il padre e poi il figlio più grande. Il fattore e il proprietario “erano quelli che comandavano” e prima di comperare qualsiasi cosa il padre andava a parlare con loro. “Il padrone non si vedeva molto” perché si fidava del fattore ma, in alcune aziende, il padrone andava anche a dividere i frutti di una pianta. Per quanto riguarda il fattore “se lo conoscevi, con un paio di polli in più ti riceveva e ti ringraziava”. Il fattore prendeva la parte del padrone e quello che rimaneva era del contadino. Contava anche le piante di grano e in base a quelle prendeva tanto raccolto. “Poi dicevano che era il contadino che rubava! […] ma era lui che piantava il grano, mica il padrone!”.
Emilio ha fatto sempre il contadino e non ha mai pensato di cambiare lavoro perché a lui piace occuparsi della terra. Quando era piccolo si dedicava alle pecore e ai maialini. Poi, quando è cresciuto e ”capiva di più”, lo hanno messo a lavorare nella stalla, dove si prendeva cura dei “montoni del campo” che servivano ad arare tutta la terra. “Oggi i motori vogliono la benzina, quella volta i montoni volevano da mangiare” e cercava sempre di “curare qualche bestiolina in più (da vendere) per avere più soldi” dal fattore.
“Io stavo bene in famiglia […] perché mi piacevano le bestie, lavorare” e Emilio dice che per stare nella stalla “bisognava avere la testa”.
Andavano poi alle fiere degli animali, che erano a Senigallia o nei piccoli paesi, dove si compravano e vendevano i bovini. Alcune volte ci si rimetteva, perché i commercianti davano meno soldi del valore effettivo della bestia. Il prezzo al kg non era fisso ma variava di fiera in fiera. Al macello, invece, venivano pagati in base al peso della carne.
In famiglia erano molto religiosi e da piccoli, la sera, la mamma diceva sempre la corona ma, con il passare del tempo,“i più grandi non stavano più a sentire”; a messa però sono sempre andati.
La moglie è nata in una famiglia di proprietari terrieri. Si conoscevano da piccoli perché abitavano vicino e si sono sempre visti. Si sono conosciuti meglio il giorno in cui lui è tornato dal campo militare di Cagli. Qualche giorno prima le aveva scritto una lettera per informarla del suo ritorno. Si è fermato con un amico a cena da lei e alla fine della serata “l’ho abbracciata e baciata anche”. Il futuro suocero non era contento che si fidanzasse con la figlia, perché aveva scelto per lei un proprietario terriero. Emilio, invece, aveva una famiglia numerosa e la terra non era la sua. Si fidanzano però ugualmente.
Alla moglie piaceva tanto ballare, a lui poco, e quando erano fidanzati Emilio racconta che “ci andava (a ballare) se ci volevo andare, altrimenti, se non avevo voglia io, non ci andava (nemmeno lei)”. Ma dice anche che, quando c’erano le veglie dai vicini, la moglie andava ma sapeva che lui non era contento che ballasse con altri. Una volta l’ha vista ballare e l’ha fatta tornare a casa. La moglie voleva lasciarlo, ma suo padre era d’accordo con Emilio. “Una volta (le donne) erano più coglione di oggi” esclama Emilio.
Nel ’31 si sono sposati e l’ha “portata in casa”. Poi, il suocero compera un fondo per loro e si trasferiscono lì. Ancora hanno quella terra, dove ha piantato gli ulivi “mi è sempre piaciuto lavorare la terra […]; la terra vestita volevo”.
Hanno “portato avanti la terra” e i soldi “non si sono fatti” perché il podere era piccolo “ma si tirava avanti”.
Del periodo fascista ricorda che ci si doveva segnare al Partito e che lui e la moglie hanno consegnato la fede matrimoniale. Alla domanda della figlia se metteva la camicia nera risponde: “Neanche…” ma di quel periodo dice che non si stava male, andava bene anche la campagna.
Nel ’40, quando scoppia la guerra, era a Trieste e faceva la sentinella nella polveriere.
Dopo l’8 settembre ’43 Emilio è stato portato via con una tradotta. Ricorda che lui e i suoi compagni sono stati chiusi in vagoni che dovevano contenere massimo 40 persone, ma erano molte di più, tutte stipate. Hanno viaggiato 4 giorni e 4 notti ininterrottamente, senza mai uscire. Sono riusciti, fortunatamente, ad aprire un poco la porta del vagone per respirare. Arrivati a Konigsberg, in Germania, li hanno portati in una fabbrica di granate dove il proprietario li ha selezionati guardandoli uno per uno in faccia. Dormivano e mangiavano in una piccola stanza e lavoravano al piano inferiore. Fabbricavano granate, ognuno aveva un compito diverso.
Gli davano poco da mangiare “bastava che era verde, mettevano tutto giù mischiato”. Lavoravano parecchio e la fame era tanta, ma pur di non mangiare quello che gli davano preferivano rubare le patate marce. Ricorda che alcune avevano i vermi; quando le aprivano “non esagero ma i vermi più lunghi erano come questo dito”. Le bollivano tre volte “quando hai fame mangi tutto” ma “me lo ricorderò fino a che campo” dice Emilio. Se si accorgevano del furto però, erano molto cattivi.
Rimane circa un anno prigioniero in Germania.
Sono liberati dagli americani, che gli dato da mangiare e li portano a casa con i treni. Da Bologna, poi Emilio ha viaggiato con un camion fino a Senigallia e da lì è andato a casa a Roncitelli, ma non ricorda come. Arriva a casa ma non trova la moglie; un vicino spiega che lei non stava più lì perché i tedeschi avevano preso la casa e l’avevano costretta a sfollare a Marotta. Nello stesso periodo succede anche una disgrazia: muore il figlio di 7 anni ferito da una mina.
Da Roncitelli Emilio si trasferisce a Marotta, nel ‘68-’69, perché iniziava ad essere grande. Ma ha continuato comunque a occuparsi del suo podere.
Dice che in famiglia credevano al malocchio; quando ad esempio gli animali non mangiavano per “guastarlo” andavano da una persona chiamata “lo zoppo”. Questo metteva degli acini di grano in una bottiglietta d’acqua e da lì vedeva se c’era la fattura. Per toglierla si doveva fare il segno della croce sulla testa dell’animale.
Il malocchio poteva essere fatto anche alle persone ma a Emilio non “ha attaccato mai” perché era religioso. Era stato fatto ai figli che non mangiavano più. Allora si andava prima dalla persona che lo “guastava” e solo dopo, eventualmente, si andava dal medico.
Emilio e la moglie hanno avuto 4 figli, 3 femmine e 1 maschio. Oggi Emilio vive con la figlia a Marotta.
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Dati intervista |
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Cognome Nome |
Natalucci Emilio |
Mestiere svolto |
Contadino |
Data di nascita |
28/11/1908 |
Data intervista |
3 ottobre 2007 |
Luogo di nascita |
Marotta (PU) |
Durata intervista |
95 min |
Temi principali |
Lavoro, Famiglia, Guerra, Tempo libero |

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