CI SIAMO ACCONTENTATI
Nolfi Giuseppe nasce il 28 gennaio 1912 a Podere, una frazione di Serra Sant’Abbondio. “Eravamo in cinque. Mio padre, mia madre, mio fratello, io, mia sorella. La mia famiglia abitava qui a Podere, erano possidenti, ma avevamo poco. Mio padre ha fatto la prima guerra ma è stato a Como mi sembra, non al fronte”.
“Da bambino” racconta Giuseppe “mi mandavano con le pecore. Avevo sei, sette anni. E poi fino a ragazzo sempre con le pecore, con quello e con quell’altro e poi avevamo anche le vaccine.
Le scuole elementari le ho fatte fino alla quarta. La prima e la seconda l’ho fatta al Poggetto, la terza e la quarta a Serra. Si andava anche al catechismo, perché la mia famiglia era molto religiosa. Perché vede, la famiglia decide tutto. Se i padri non sono religiosi, anche i figli non sono religiosi”.
Del periodo fascista, Giuseppe commenta che “una volta erano tutti fascisti”.
“Nel ’33 ho fatto il permanente” continua, “nel ’34 sono stato richiamato al Sesto Centro automobilistico di Bologna per altri quattro o cinque mesi […]. Dopo poi nel ’35 sono andato in Abissinia, Eritrea, Africa Orientale. Per ventisette mesi. Siamo andati là, per fare l’Impero; racconta Giuseppe “Non ero contento di partire ma mi toccava andarci […]. Quando Mussolini diceva che bisognava fare grande l’Italia, io non pensavo niente. Pensavo che toccava andare oltre. Ho fatto ventidue giorni di mare. Undici ad andare e undici a tornare. Quando sono arrivato, ci hanno scaricato a Massaua con tanto caldo. Hanno fatto scendere prima i muli, perché i muli si affogavano. I soldati, se si affogavano, non gli fa niente. Siamo stati lì due o tre giorni, io facevo il cuoco. Eravamo undici cucine per fila. Ero il sesto centro 308 autoreparto, autobotte. Caricavamo l’acqua. La popolazione era roba nera. C’era il reticolato intorno a noi […]. Venivano tutti i neri. Chi vendeva uova, sgaggiavano: “Ova” quell’altro “Tè”, ma non entravano. Venivano per prendere qualcosa. Ci dicevano: “Bono italiano, bono” […]. Io non ho mai parlato con i neri. Mai. Ma c’era un compagno mio, uno di Bologna, che si era fatto la fidanzata. Io non ci parlavo perché era tutto recintato dove stavamo noi”. “Era la guerra delle schioppettate quella” commenta Giuseppe. “Mi ricordo che si cantava faccetta nera, piccola Abissina. Tutta la fanteria la cantava. In Africa sono stato sempre bene di salute e ti facevano tante punture. Si scriveva per posta aerea ma le cartoline ci mettevano quindici giorni a arrivare. Si pensava alla famiglia, si, ma tanto c’è poco da pensare. Tu dovevi fare quel servizio lì. Indirizzavo le lettere alla famiglia Nolfi, Nolfi Enrico”.
“Non ho mai assistito a scende di guerra” confessa Giuseppe “Dovevo andare una volta su al fronte. Dopo mi faceva male la gola. L’ho detto all’attendente al capitano e così ho passato le armi a un soldato che si chiamava Santi e è andato su lui al posto mio. Dopo qualche mese è ritornato”..
“Dal ’35, sono tornato il ’37, di agosto. Quando sono tornato c’era il Presidio Nazionale. Dalle due del giorno per andare a Massaua, sono arrivato a Massuia alle dieci. Ero finito. Mi sono fatto tre bottiglie di birra. Non ne potevo più. Dopo mi sono buttato sulla nave lungo. Dalla sera alle dieci mi sono svegliato il giorno dopo alle dieci. Quando mi sono svegliato, dico, come è che la nave è ferma? Dicono, buttano giù un morto. Buttavano i morti in mare”.
“Nel 1937 conosco la mia futura moglie, che era della frazione chiamata Canello […]. Alla domenica si andava in giro, l’ho conosciuta e gli ho chiesto se era fidanzata. Lei ha detto di no, a quel punto le ho chiesto se potevo andare la domenica dopo dalla madre, perché il padre era morto durante la prima guerra mondiale. Io sono andato il 16 settembre del 1937 dalla madre. Era mezzogiorno, la mamma aveva preparato da mangiare e io ho mangiato. Siamo stati fidanzati un anno e nel 1938 ci siamo sposati”.
“Del 1938 sono andato a lavorare nelle miniera di carbone a Carbonia, in Sardegna per quattro, cinque anni. Ho fatto la domanda io il 28 ottobre del 1939, mi ricordo. Sono andato in Sardegna, perché qua non ti prendevano. All’inizio il lavoro è stato una vera fatica e ho fatto il manovale, poi il minatore. Però ero bravo, spiega Giuseppe, Io lavoravo molto e quelli che non lavoravano, non li volevo con me. Pensate che una volta che c’era poco carbone, io sono riuscito a fare ventiquattro vagoni. Mi pagavano a cottimo. Ma io sono andato anche a disarmare. Dal sabato alle cinque alla Domenica alla sera. Si guadagnava sedici lire al giorno e questi soldi li mandavo a casa, dove tornavo solo nel mese di luglio. Li a Carbonia mi sono iscrittol partito fascista perché pareva che comandava solo questo fascista”, in più noi della Montecatini eravamo obbligati […].
Quando è scoppiata la guerra sono stato esonerato per la miniera. La guerra è stata in tre. Hitler, Mussolini, con la firma del re. Questa è roba di quando andavo a cantare in giro, perché quella volta c’erano i cantastorie che andavano in giro a cantare per prendere qualche soldo”.
“In Sardegna” continua Giuseppe “ci sono stato fino al ’43, poi sono andato a Ribolla per un mese o due. Quando sono stato a Ribolla, in tre abbiamo fatto domanda di trasferimento a Sua Eccellenza Benito Mussolini. Gli ho scritto due o tre volte. Ero io, uno che stava qui e uno di Serra. Ha risposto: ”Non posso mandare via a voi altri, perché se mando via a voi altri devo mandare via anche agli altri, i vostri paesani”. Dopo gli ho scritto solo. Mi ha risposto il Segretario che aveva parlato con Mussolini, “abbiamo deciso che parliamo con il Direttore di Cabernardi e vedrai che la domanda verrà accolta” Dopo l’8 settembre, però, hanno chiuso le miniere e io sono dovuto ritornare a casa”. Quel giorno Giuseppe ricorda “ abbiamo fatto tanta strada per sentire le notizie. Dopo un paio di giorni dall’armistizio siamo partiti. Bisognava stare attenti per la strada, perché i tedeschi ti portavano via. Ti portavano nei forni della Germania. La voce che circolava era quella. Io da Ribolla a venire qui tre giorni ci ho messo. Sempre a piedi. Quando siamo partiti uno con una carrozza,con un cavallo, ci ha portato attraverso strade secondarie per un pezzo di strada e qualche contadino ci ha dato un po’ da mangiare. Sono arrivato a casa alla fine del ’43. Il fronte non era ancora passato. I tedeschi avevano occupato tutto, qua. Da me, mia madre e mia moglie, facevano da mangiare al Capitano tedesco e lui dormiva in una cameretta per conto suo. Le bestie le ho portate sopra il monte della Serra, perché nelle stalle i tedeschi ci avevano messo i muli. A me non me le hanno prese le vacche, ma le hanno prese al Morello. Lì le hanno portate via.
“I partigiani c’erano ma quando sono arrivati i tedeschi li hanno fatti passare”. I partigiani hanno fatto poco secondo Giuseppe, e “ci hanno liberato gli americani. I partigiani li conoscevo tutti. C’era uno, gli avevano dato una schioppettata nel piede e dormiva qui da me, perché ci aveva la fidanzata qui. Una volta, poi, si sono sparati con i fascisti e i fascisti sono tornati e hanno bruciato la casa e lì c’era un poveraccio vecchio che l’hanno bruciato. Ci hanno salvato gli americani che erano sul Catria. In una notte si sono ritirati tutti”.
Dopo la guerra Giueppe ha sempre fatto il contadino. “Ci siamo accontentati, anche perché si mangiavano i prodotti della terra. Molti sono emigrati, mentre io sono rimasto qua perché ci avevo da lavorare e i miei genitori erano vecchi”.
“Nel 1946 ho votato per la Repubblica” racconta “poi, alle successive elezioni, ho sempre votato per la Democrazia Cristiana”.
“Io sono stato sedici anni Assessore alla Serra”, dal 1964 fino al 1980, con la Democrazia Cristiana. “Ho deciso di fare politica perché mi volevano quei sindaci che stavano alla Serra. Eravamo otto della democrazia cristiana, poi tre, quattro comunisti. I comunisti non comandavano niente perché erano pochi, però, tante volte avevano anche ragione e io avevo degli amici comunisti. Oggi, è tutto mischiato, mentre una volta si era più convinti. Loro non comandavano però dicevano se c’era qualcosa che non andava bene. Gli avversari parlano, parlano, ma non contano niente perché sono pochi”.
I contadini votavano per i comunisti. “Quando era il primo maggio, a Montevecchio c’è un poggio cantavano, terra ai contadini (tutti gli anni) […]. Io non sono mai andato a fare i comizi”.
“In quegli anni, abbiamo fatto tante cose” spiega Giuseppe ”per esempio le fognature. Prima con dei tubi da venti, dopo da trenta. C’erano queste pozzacce in gir”, infatti, che facevano poca acqua. Dopo le fognature, siamo andati dentro casa a portarla l’acqua. Dopo ultimamente si sono fatti gli asfalti, abbiamo cominciato nel ’70. Una volta mi hanno portato un camion di breccia, non l’ho presa, perché ho detto, quando aggiustiamo le strade agli altri, aggiustiamo anche la mia. Prima devi pensare agli altri”.
“Quando ho smesso di fare l’Assessore tutti mi volevano, mi dicevano: “Perché vai via. È meglio comandare che essere comandati”. Io lo sapevo ma non andavo d’accordo con il Sindaco. Quando lui è arrivato, io venivo da un’altra Amministrazione e quindi non ci siamo presi”.
Giuseppe ha avuto due figli, un maschio e la femmina. Il primo figlio è nato nel ’39 e ora sta Pesaro. Il maschio ha fatto ragioneria mentre la figlia solo le medie.
“Io sono stato sempre religioso e anche mia moglie” spiega. “Andavamo sempre alla Messa e ci piaceva andare al Monastero di Fonte Avellana. Ci andavamo a piedi, dieci chilometri e andare e dieci a tornare”.
“Mio fratello è morto del ’71, aveva 45 anni […]. Mia moglie è morta nel 2006”.
Giuseppe conclude dicendo che “adesso la politica non è seria, perché sono tutti mischiati. Se c’era Mussolini, oggi mica ci sarebbero tutti questi omicidi. Quella volta, infatti non c’era tutta questa marmaglia che c’è adesso”.
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Dati intervista |
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Cognome Nome |
Nolfi Giuseppe |
Mestiere svolto |
Minatore,
agricoltore |
Data di nascita |
28/01/1912 |
Data intervista |
19 settembre 2007 |
Luogo di nascita |
Serra Sant'Abbondio
(PU)
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Durata intervista |
60 min |
Temi principali |
Famiglia, Lavoro, Guerra, Politica, Matrimonio
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