ALBERGO DELLA LUNA
Pantera Giuseppe nasce a Cagli il 30 settembre 1906.
Il cognome Pantera è casuale e Giuseppe non sa chi glielo abbia dato e perché. Lui è infatti figlio di N.N. ossia un orfano cresciuto nel “bastardaio”, come lo chiamavano quella volta.
Da bambino viene adottato dalla famiglia Mencaccini, ma mantiene il suo cognome. Il padre adottivo si chiamava Vincenzo Mencaccini, la mamma Margherita Paglierini e abitavano a Poggio di Cagli. “In famiglia” racconta Giuseppe “all’inizio eravamo pochi. I Mencaccini avevano, infatti, un solo figlio naturale, classe 1898. Poi siamo diventati molti perché mio fratello ha fatto otto-nove figliuoli … ma si lamentava che ne aveva fatti pochi”.
I Mencaccini “prima ci avevano il padrone poi il podere l’hanno comperato”. È stato prima della guerra. Era un podere che rendeva quaranta quintali di grano e in più avevano le bestie.
A casa loro c’era il telaio. Coltivavano la canapa e il lino e “la sera filavano le donne”. Si faceva di tutto con il telaio, la biancheria, le calze e le camicie.
I Mencaccini hanno educato Giuseppe “a lavorare e a mangiare quel pezzo di pane. Da mangiare non mancava ma neanche il lavoro”. Infatti “quando c’era il lavoro tristo, ti mandavano a te. Mica ci andavano loro! La scuola mi piaceva ma non mi ci mandavano. Oppure, se ci andavo, a una certa ora mi venivano a chiamare perché bisognava andare a prendere le bestie sul monte. Mi avevano preso per lavorare e quando dovevi andare a lavorare, ci dovevi andare. Per questo da bambino non ho mai giocato o se giocavo sul monte dovevo andare. Il mio compito, a partire da sette - otto anni, era infatti quello di parare le bestie, le mucche e le pecore. E poi che ti credi, si andava sul monte con le belle scarpe? Scalzo, perché se volevi le scarpe ci volevano i soldi. Ti davano un pezzo di pane per la cima del monte, quando eri sotto il monte già l’avevi finito. L’avevi mangiato per strada”.
A diciassette anni circa Giuseppe comincia ad andare a Roma a falciare il fieno. “Quando è tempo della falciatura”, cioè a maggio, giugno di ogni anno, "andavo a falciare il fieno a Roma. Andavamo via con il treno perché c’era la stazione qui ad Acquaviva. In tanti si andava a Roma, Noi altri eravamo una ventina da Acquaviva, dal Poggio. Una volta scesi dal treno si andava alla piazza e lì venivano i padroni che ti prendevano e ti portavano a falciare il fieno […]. Davano buoni soldi ti davano quindici, sedici lire al giorno. Non mi ricordo bene ma ci sono andato parecchio a Roma. La prima volta avevo sedici, diciassette anni. Siamo andati lì, ce n’erano quattro o cinque di Acquaviva e due ragazzetti. C’era uno di quei ciociaracci, ha chiamato il figliolo ‘Ma che ci faccio con i monelli?’ ‘Li mandi a parare le pecore’, voleva dire che non eravamo buoni a falciare, ‘Mandali via subito’. C’era un vecchiotto, gli ha detto: ‘Se vanno via loro andiamo via anche noi altri’. E così dopo ci hanno preso”.
Per falciare era necessario essere forti, dicevano: “Allarga la presa e abbassa la tacca” perché la falce doveva tagliare a raso terra. “A lavorare è fatica. A falciare dieci ore al giorno. ‘Annamo, annamo’ dicevano i padroni. Andavi da un padrone, quando il padrone aveva fatto riandavi alla piazza e ti riprendevano. Ti davano un litro di vino al giorno. Ma era il vino? Era l’acqua della Marana, l’acquaticcio. E che ti davano il vino buono?. Il mangiare lo dovevi comprare nelle botteghe e siccome i soldi li prendevi a fine lavoro, quando andavi nella bottega segnavi. Compravi un po’ di prosciutto, il formaggio e alla sera facevi la minestra. Dormivi all’albergo della luna e che ti credi che c’era il sofà ?[…]. Un anno siamo stati nove giorni nella piazza e non ti pigliavano. Perché pioveva sempre. Dormivamo nella piazza. Eravamo in tanti di qua e c’erano anche i vecchi”.
A venti anni, Giuseppe inizia a lavorare come taglialegna, un lavoro che farà per tanti anni. “Una volta siamo andati alla macchia in Calabria, pioveva quando siamo arrivati alla stazione che non ne poteva più. E siamo andati nella sala d’aspetto, ci hanno mandato via e abbiamo dovuto dormire sotto una pianta con l’ombrello”.
“All’età di venti anni” racconta Giuseppe “ho iniziato anche ad andare alla macchia a tagliare la legna. Alla macchia ci sono andato per tanto tempo e sono stato spesso fuori, soprattutto in Toscana, a Viterbo e in Calabria […]. Fuori dell’Italia non sono andato ma questi paesetti li ho girati tutti. In Calabria si stava bene, si mangiava come i signori. Non mancava niente […]. Ho fatto sempre il taglialegna tranne una volta, a quarant’anni circa, che sono stato, per quattro mesi, in un cantiere a Roma a fare il muratore. Però guadagnavo poco, 20 lire al giorno, così ho preso e sono fuggito”. Tagliare la legna era un lavoro faticoso, si partiva alle quattro di mattina, “fortuna che io non mi sono mai fatto male”. Si guadagnava poco ma “o quello o niente”. Quando si andava alla macchia, “quattro mesi di macchia, quattro mesi di polenta” due volte al giorno. “Non ti lavavi perché l’acqua non c’era. Prendevi la polenta con le mani ammaltate e ammaltavi anche la polenta. La dovevi mangiare. O quella o niente”. “Quando ho smesso di andare alla macchia ero vecchio. Che facevo più? Mica gliela fai? Alla macchia è fatica”. Dopo “ci avevo un pochino di terra, ho messo una bestiola”.
Giuseppe si è sposato nel 1932 ad Acquaviva. Lei abitava vicino. “Io gli ho fatto la dichiarazione. Non sono andato dal suocero, per carità […]. Se me la faceva sposare bene, se no la lasciavo dove era. A me non mi importava niente […]”. Quando ci siamo sposati, siamo andati in viaggio di nozze a Fermignano. Quello è stato l’unico viaggio di piacere che ho fatto con mia moglie. Ma i soldi non ce li avevo, a momenti non ritornavo a casa”.
Dopo il matrimonio, la moglie ha scoperto l’identità della vera madre di Giuseppe e il motivo dell’abbandono: Era una ragazzina Maria quella volta e andava a servizio da un signorone che l’ha messa incinta. Non ha potuto tenere il figlio per la vergogna. Giuseppe racconta che all’inizio “non le ho parlato, alla mamma, poi l’ho perdonata di avermi abbandonato e l’ho fatta venire a casa. Mi sarebbe piaciuto sapere il nome di mio padre, del signorone, ma lei non me l’ha mai confessato. Ho conosciuto anche mia sorella Clementina, che è stata sempre a servizio a Roma e ha tribolato tanto”.
Giuseppe non ha fatto il militare perché aveva un occhio solo e non ha fatto nemmeno la guerra.
“I fascisti mi hanno dato un calcio nel culo perché dovevo andare alla conferenza […]. Che ti credi che Mussolini è stato bello? Non lo so quante ne ha fatte […]. Dopo ha fatto ha fatto, ma si è fatto impiccare”. Dice che i fascisti erano gente da poco, “erano paplonacci. C’erano i Fabbri ad Acquaviva che erano fascistoni. Anche a Pianello erano tutti fascisti “ma sono morti tutti”. Quando c’erano gli ammassi del grano, “non mi stava bene ma te lo portavano via”.
Della Seconda guerra mondiale Giuseppe si ricorda dei tedeschi; “noi eravamo sfollati sul monte” racconta “venivano su e ti portavano via tutto. Ci avevo una vacca. Me l’hanno portata via. Ci avevo un prosciutto, me l’hanno rubato […]. I prosciutti li avevo nascosti sotto terra insieme al grano, quando sono andato a prenderli, il grano c’era ma i prosciutti no”. I tedeschi hanno bruciato anche delle case ad Acquaviva.
“Mia moglie era franca e coraggiosa” racconta, “una volta è andata dai tedeschi a chiedergli indietro le mucche e una gliel’hanno ridata”. Un’altra volta, lei e un’ amica volevano andare a prendere un bidone dell’olio dai tedeschi e i tedeschi gli hanno risposto: ‘Dare bidone, dare pipina’ e così sono fuggite. Era sempre lei che andava al mulino a Frontone a prendere la farina, perché a me mi avrebbero portato via. Ricorda Giuseppe che i tedeschi hanno avuto molti scontri con i partigiani sul monte, ne hanno ammazzati parecchi tra cui un suo fratello e un nipote, ma lui non li ha mai incontrati.
Quando è finita la guerra il lavoro c’era ma non ad Acquaviva, e lui doveva andare sempre nelle macchie “Ci sono venuti a prendere con il camion perché i treni non camminavano”.
“Io ballavo e ballavo bene” ricorda Giuseppe “ma mia moglie non sapeva ballare e così lei rimaneva a casa e io ci andavo da solo […]. Quella volta si facevano le feste da ballo, non come oggi. Sempre a casa dei contadini perché io a teatro non ero buono […]. A teatro ci andavano i signoracci”. Il ballo era uno dei pochi divertimenti, quella volta. Si andava anche a Cagli, all’osteria “a prendersi le sbornie […]; si faceva la passatella. Si prendeva un fiasco di vino e poi si faceva la conta a chi toccava. Il brutto era che si beveva troppo!”.
Le veglie si facevano nelle casedei contadini, gli uomini giocavano a carte e poi “si tomblava i lupini, si tomblava la castagna” mentre le donne “che facevano? Stavano lì”.
A Cagli ci si andava poco perché i contadini non avevano tanti rapporti con i civili; “quelli che lavoravano nei campi, i rozzi, si riconoscevano, erano cotti dal sole, la schiena qua mi si è spellata tutta dal sole”.
A Cagli andavano tutti i mercoledì al mercato a portare le bestie o a vendere la legna; “spesso ci andava mia moglie” ricorda Giuseppe “a vendere la legna con la somara”. In Comune Giuseppe non è mai andato a chiedere lavoro perché “tanto non te lo davano”. Non si è mai interessato di politica, ma sottolinea “mica ho votato per quei fascisti?”.
Giuseppe non ha mai preso la patente perché andava sempre a piedi, “io non ho preso niente […]. Avevo trovato una bicicletta, sono caduto, l’ho buttata via, non l’ho rifatta più”.
Quando è arrivata la luce elettrica “non ti ci potevi trovare”. “La televisione, invece, l’andavo a vedere a casa dal fratellastro, di Mencaccini”. La radio “chi ce l’aveva? ”.
Il malocchio “da me non lo facevano ma c’era chi lo faceva […] anche alle bestie” e per toglierlo veniva utilizzato l’olio; “ce n’erano molte di queste fatture. Le facevano si. Era l’invidia”.
Raccontavano anche le storie di fantasmi, quella volta. Ad esempio, “nella capanna della mamma, c’erano dei frati con la barba. Se tu dormivi lì la notte e tu c’avevi le scarpe, non le trovavi sicuro, te le portavano via. Una volta c’era un contadino che dormiva lì. Lo sono andati a prendere con il letto questi frati, e l’hanno trascinato giù fino alla fine del campo. Giuseppe credeva a queste storie “non ho visto niente ma non ci andavo a dormire lì […], non ero un uomo coraggioso.
Giuseppe e sua moglie hanno avuto due figli, una femmina, nata nel 1933, e un maschio, nato nel 1936. Con i figli sono stato buono, racconta Giuseppe, ma mia moglie li ha cresciuti perché io “in casa non c’ero mai”.
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Dati intervista |
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Cognome Nome |
Pantera Giuseppe |
Mestiere svolto |
Taglialegna
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Data di nascita |
30/09/1906 |
Data intervista |
22 giugno 2007 |
Luogo di nascita |
Acquaviva di Cagli
(PU) |
Durata intervista |
75 min |
Temi principali |
Lavoro, Matrimonio, Famiglia, Riti e Costumi, Guerra
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