CERCAVO SEMPRE DI IMPARARE
Panzacchi Amilcare nasce il 24 dicembre 1913 a Budrio, in provincia di Bologna. È figlio unico. “La mia famiglia era di origine bolognese”, racconta, “e io ero orfano di guerra”. “Mio padre se lo sentiva di dover morire”. “Venne a casa, lasciò l’orologio, ce l’ho ancora, col nome scritto di dietro alla cassa”. Era bersagliere, andava sempre all’attacco e diceva “tanto io muoio sicuro”. “Il padre suo andava sempre in America, in Argentina. Ogni volta che andava là portava un figlio”. “Non si è mai saputo che mestiere faceva”. “Alla fine, tornato in Italia, si è messo a fare il giardiniere coi preti, poi è morto. Io, però, non ho mai avuto contatti”. “La mamma l’avevano messa a fare la bidella delle scuole”, “ma pigliava niente”. Io l’aiutavo, e “levavo la polvere nei banchi”. “D’inverno accendevo io il termosifone”. “Nel ’21 fecero le scuole nuove, belle”. “La vita era dura e mi ricordo che la mamma, la sera mangiava solo l’insalata ma a me mi dava la fettina di carne”, però “la gente era buona”. “Quando stavo a Budrio, mia mamma mi lasciava spesso a mangiare a casa di una signora, proprietaria di una tabaccheria, che aveva una figlia che aveva dieci anni di meno, e diceva sempre, “quando sei grande ti dò mia figlia”, perché aveva visto che io ero un po’ svelto, rispetto ai ragazzi” di allora.
Del periodo fascista, “c’è da parlare”, commenta Amilcare. “Perché l’Italia aveva un grande problema economico, soprattutto gli operai, e si è fidata di Mussolini perché era socialista. Questo vuol dire che dittature vengono perché c’è un motivo. All’inizio fanno del bene, solo che una volta imposte non se ne vanno più. Mussolini, infatti, ha levato tutte le paludi, ha fatto due città a Roma. A Bologna c’è l’argine tre, quattro metri sotto del terreno, fino a Molinella e oltre”; inoltre a me, come orfano di guerra, mi ha dato la pensione fino a 21 anni”.
“In paese siamo stati fino a tredici anni, poi siamo andati in città”, continua Amicare, perché “si poteva trovare da lavorare di più e anche per me andava meglio”. “Oltretutto, mia madre andava a fare i servizi a casa di una famiglia che si è trasferita a Bologna”. “E così siamo andati a Bologna che io avevo tredici anni”. “Mi sono trovato molto bene a Bologna. Abitavamo fuori Porta San Vitale e avevo molti amici, con i quali andavo a giocare in via Libia, perché c’erano terreni ancora da costruire. Si giocava a pallone, poi mia mamma mi comprò una bicicletta molto bella e io la diedi via per comprarne una da corsa, perché il giovedì andavo a fare l’allenamento con i dilettanti”. “Poi lei si mise con un signore che aveva una tavola calda”, era più che altro una rosticceria con qualche tavolo per gli operai. Quest’uomo era un comunista, era stato al confine, poi nel ’29 era tornato e aveva messo su il negozio. “Quando si è messo con mia madre aveva due figli già sposati”.
“Io ho fatto tanti mestieri”, racconta Amilcare, “che mi sono serviti nella vita”. “Prima ho fatto il fabbro dove si facevano i calessini e si ferravano i cavalli”. “Avevo undici anni”. “Dopo sono andato in officina”, dove “facevamo vanghe, badili” e “lì sono diventato robusto”. “Mi piaceva stare lì, d’estate ci avevo le macchine per andare a battere il grano e facevo i quindici giorni più belli”, anche se dopo “non stavo bene e il dottore disse che era il gas del carbone”. “Allora sono andato all’aperto a fare le grondaie e poi ho fatto il venditore ambulante” insieme a due sorelle”. “Sono andato da dei grossisti di Bologna che vendevano i piatti, i bicchieri, le pentole, le pentoline, tutta quella roba lì”. “Facevamo i mercati, andavamo a Budrio, a Castel San Pietro, e in tutti i mercati avevamo un magazzino, in modo che quando si andava là, si caricava poca roba eccetera”. “L’ultimo lavoro che ho fatto, è stato il macellaio, in un negozio dove prima lavorava mio cugino”. “Ho fatto due anni lì, ma a diciassette anni viene un mio amico, che il padre lavorava in Comune e dice, dai, andiamo in Marina”. “Prendiamo la ferrovia sud”. “Perché la gente che c’ha la testa sulle spalle pensa subito alla pensione buona, perché prima le pensioni non ce n’erano”.
A gennaio del ’35 “mi mandarono a Massaua per montare delle batterie”. A Massaua, “facevamo rifornimento”, perché “noi non si doveva entrare in guerra”. “Quando sono andato io, non c’erano ancora i soldati. Quando hanno cominciato ad arrivare i soldati, noi siamo ritornati in Italia”. “Io non ho fatto proprio il militare vero”, perché “sono stato sempre in posti piccoli” e inoltre “eravamo sempre venti, venticinque persone, che diventavamo amici per la pelle e eravamo come una famiglia. “Mi ricordo che, mentre eravamo lì, venne una nave francese e facemmo un sacco di ricevimenti”. “Senonchè, dopo quattro mesi, l’Inghilterra ha spinto la Francia a metterci le sanzioni”. Così gli “italiani hanno cominciato ad arruffianarsi con i tedeschi”. In quel periodo, venne anche il generale Graziani, “con la barca a remi andai a pigliarlo, a momenti mi tira in acqua”. Graziani “era bravo e buono”. “Quando ero in Africa, mi dettero venti giorni di licenza. Tornato, mia mamma aveva venduto la bicicletta, così non sono potuto più andare a Budrio a trovare quella ragazzina che mi era stata promessa in sposa”.
“Quando sono ritornato in Italia”, prosegue Amilcare, “io sono andato al deposito in attesa. Poi mi hanno mandato a mettere a posto le batterie in un’isola davanti a Vallona. Sono stato sei mesi, dopo lì, invece di andare in licenza, mi mandano a Napoli, imbarcato per la Somalia”. “Là c’era da fare la baracca per mangiare, la baracca per dormire” e in più bisognava “montare la batteria”. “Venne un rimorchiatore veneziano, andavamo dall’isola grande che faceva il porto” a portare la roba avanti e indietro. “In Africa, avevamo contatti con la popolazione, soprattutto con le donne perché le donne conoscevano solo i marinai”. Le prostitute “non erano come le donne italiane”, spiega Amilcare, “che pensano solo a lavorare”, “loro si facevano due o tre uomini e basta”. “A noi ci volevano bene perché hanno sempre conosciuto i marinai”. Alcuni marinai le sposavano anche le mulatte, “perché erano belle”. “Ho fatto tre anni in Somalia” e lì, continua Amilcare, “avevo il Segretario del Comandante della zona che era del corso mio, lui era furiere, io ero cannoniere e insieme abbiamo deciso di mettere la firma e di andare a fare il corso di sottufficiali”.
“Poi vennero dei bandi che mancavano istruttori di educazione fisica e fotografi”, “allora andai subito a fare il corso”, “ma noi facevamo un corso accelerato, perché anatomia e fisiologia la faceva un colonnello medico e noi facevamo tutto il giorno istruzione sportiva”. “L’italiano era la mia bestia nera, ma nelle altre materie andavo molto bene”. “Io non mi sono limitato a fare l’Istruttore di educazione fisica, spiega Amilcare, sono diventato anche arbitro di calcio, arbitro di pallavolo, arbitro di pallanuoto, giudice sportivo”. “Perché non bisogna stare a dormire nelle cose”. “Così, dove andavo mi mettevano subito nella squadra di calcio, perché ogni nave ci aveva la sua squadra di calcio, ogni distaccamento la sua squadra di calcio”.
“E così non sono stato mai congedato, poi nel ’40 l’Italia è entrata in guerra”. “La guerra”, spiega “Amilcare, non è stata solo un errore di Mussolini”. “Hanno sbagliato i generali, hanno sbagliato tutti. E allora lui ha pagato, ma hanno sbagliato tutti”. “Vero è che poi lui non pensava che la guerra sarebbe durata. Invece è entrata l’America in guerra e è cambiato tutto”.
“Nel 40, mi mandarono all’Accademia Navale a Livorno”. “Ero Sergente Maggiore e avevo una paga più di un operaio”.
“A Livorno conobbi una donna di otto anni più piccola, presi una “scuffia” e dopo tre mesi mi sposai. Era il settembre del ‘41, sebbene si dica che in guerra, una donna livornese è un guaio a sposarsi”. “L’ho conosciuta così: io stavo ad aspettare l’autobus per andare in città”. “Abbiamo visto due ragazze, l’abbiamo fermate e così ci siamo conosciuti. Dopo sposati siamo andati a vivere da lei, perché lei aveva due stanze vuote nell’appartamento”.
“Dopo tre mesi, a Natale, mi arriva un fonogramma, imbarcarsi su un cacciabombardiere per fare scorta a Napoli, Brindisi, Taranto, Pireo”. “Per tutto il ’42 io ho fatto scorta”. “Nel ’42 lei era incinta e io mi raccomandai di andare all’ospedale, invece la sorella e la madre, la vollero tenere in casa al momento del parto, si vede che faceva fatica e venire fuori, gli hanno fatto tre punture”, e al bambino “gli hanno fatto una lesione al cervello, che poi passando i mesi peggiorava sempre nel crescere”. “Era un bimbo bello bello bello”, “ha vissuto quattordici anni, non camminava, niente”..
Durante la guerra, racconta Amilcare, “ero capo impianto nell’impianto di centro” al Pireo. “Dopo otto dieci mesi che stavo al Pireo, mi imbarcarono e mi sbarcarono a Taranto”.
Il 25 luglio, quando è stato arrestato Mussolini, “noi si pensava a stare bene e basta”. “L’errore l’ha fatto il re che è scappato via, invece doveva rimanere lì”.
Dopo l’8 settembre, Amilcare è rimasto con la Marina “perché noi marinai non c’entriamo niente”; in più “eravamo già un po’ di là”, cioè con gli americani. “Io ero a Taranto” al campo sportivo “e arbitravo due partite al giorno agli inglesi io”.
Dopo sei mesi, comunque, “mi hanno detto, devi venire volontario con noi per ricreare il battaglione San Marco”. “Ci sono andato”. “Ero io e un altro bolognese” che era stato in Yugoslavia. “Abbiamo fatto questi battaglioni e siamo andati in prima linea a Jesi, dopo Jesi”, Belvedere, Ostra, Corinaldo. “A Belvedere è morto il figlio del Capo del Governo provvisorio, mi sembra Casati, non mi ricordo come si chiamava”. “Siamo arrivati fino a Urbino, perché dopo i tedeschi si sono ritirati dietro la Linea Gotica e noi ci siamo fermati”. “Lì venne il Principe che l’abbiamo fischiato naturalmente”. Infatti, “noi si pigliava dieci mila lire al mese”, mentre gli stranieri settanta.
Il 2 luglio del ’46, Amilcare vota per la Repubblica. Sul voto alle donne, Amilcare afferma che “è la cosa migliore che potevano fare”.
“Noi militari, comunque”, chiarisce Amilcare, “non siamo di nessun partito”. “Anzi, se qualche volta uno tira fuori il discorso, noi lo fermiamo subito”. Perché noi “dobbiamo proteggere chi governa”, “difendere chi sta al governo”.
Comunista, comunque, non sono mai stato, “sono stato socialista”. Non mi piacevano i comunisti “perché erano troppo radicali, invece il socialismo era più moderato”.
Per quattordici anni, Amilcare ha viaggiato. “Quando andavamo via”, ricorda, “in ogni porto ci organizzavano dei ricevimenti. Di solito ci andavano due ufficiali, due sottoufficiali e otto allievi. Si mangiava e si ballava. Io non ballavo perché facevo sport”. “Ho conosciuto tanta gente e mi sono divertito molto”
Amilcare è stato anche in Cina e lì ha imparato il judo fino a diventare cintura nera. “Perché quando uno è istruttore di educazione fisica deve fare più cose possibili”. Racconta di essere stato anche in Persia, a Bombay, in Pakistan, in Indonesia, a Colombo, a Singapore, Brisbane Sidney, Melbourne e Adelaide. A Melbourne, nel ’53, “abbiamo fatto le Olimpiadi in Australia. Mi hanno dato quattro laureati Istruttori di Educazione fisica per premio”. “Siamo stati via sei mesi”. “Dopo l’Australia abbiamo fatto le Fijii e le Haway”, “siamo stati a Medera, alle Baleari, alle Canarie, all’isola di Capo Verde. Poi siamo andati a nord, in Danimarca, Norvegia e in tutti i posti”.
“Appena morto” mio figlio, mia moglie “ ha chiesto la separazione”, “e così la mia vita è cambiata tutta”. “Un bel giorno”, infatti, “mi chiama” un amico “e mi chiede come erano andate le cose”. Io pensavo che fosse un amico, “invece me l’ha messe in tasca, perché sapendo tutto, ha detto a mia moglie, fai subito la richiesta della separazione”. Poi lei è andata in banca e “mi ha preso i soldi che mettevo”. “Mi è toccato di darci un terzo della pensione mia”. Dopo lei sposò un ingegnere.
“Quando mia moglie ha chiesto la separazione”, ricorda Amilcare, io “sono rimasto all’Accademia navale”, “poi ho chiesto il trasferimento. E mi hanno mandato a Porto Ferraio, all’isola d’Elba”. “Io volevo andare lontano, invece mi hanno mandato all’isola d’Elba, ma insomma”. “Io avevo il reparto di canottaggio, perché noi là avevamo fatto il Coni”. “Un giorno, mentre i miei marinai pulivano le barche di canottaggio, ho conosciuto una donna che aveva un negozio. Io andavo lì in negozio a chiacchierare”. “Questa donna”, ricorda Amilcare, “prima di conoscere me faceva la giornalista, la critica teatrale e scriveva sul Tempo, poi aprì un negozio. Per aprirlo, venne aiutata dal marito della sorella che era ingegnere in Comune”. “Era una donna in gamba ma anche lei è stata scalognata, perché ha dovuto lottare”. Oltretutto, prima della guerra era ricca, ma il padre morì subito all’inizio della guerra. “Dopo loro sono rimasti a terra”. “Siamo stati trentacinque anni insieme”, “siamo stati tanto d’accordo, ma non ci siamo mai sposati”.
Dopo due anni, “io andai in congedo, tre anni prima”. “Da allora, io non ho più sentito l’esigenza di viaggiare perché, in quattordici anni, di crociere ne ho fatte”
“Dopo andai a Firenze, all’ospedale nuovo di Firenze, perché un professore di fama, Scaletta si chiamava, mi voleva come uomo fiducia, perché era il primo ospedale che aveva un’attrezzatura all’avanguardia. c’era la palestra, c’erano apparecchi. Ho fatto due mesi a insegnare a quattro infermieri. A Firenze, facevo anche il massaggiatore, massaggiavo gambe o schiena per racimolare qualche cosa”. “Avevo un biglietto da una parrucchiera e ogni tanto mi chiamavano”.
Nel 1958, misero il regolamento che bisognava pagare i contributi.
Dopo il 1961, “mi sono messo a creare articoli ricordo, io e la mia donna, in casa. Abbiamo sfondato subito”. “Facevo animali di corda”. Dopo sei anni, “un mio amico mi dice “vieni qui in Liguria. Ti prendi un negozio””. “Mi diede lui i soldi per fare il viaggio”. “Ho preso un negozio a Novi Ligure”. “Andò bene, l’anno dopo ne presi un altro, andò bene”. Questo amico mi completava il negozio, spiega Amilcare, perché io gli davo la mia roba e lui mi dava le borse di Firenze, i cappelli di Firenze le ceramiche”. “Dopo venne un negozio accanto al mio” di abbigliamento femminile “e pigliai anche quello”, perché “il ferro va battuto fino a che è caldo”. “Mi venivano spontanee queste cose”. “Io cercavo sempre di imparare, di vedere”. “Quando sono andato in Liguria a prendere il negozio, i soldi non ce n’erano perché dovevo prendere il materiale per lavorare. C’era un mio amico che era nell’Accademia anche lui, poi è andato nel servizio civile e l’hanno mandato a fare il Segretario al medico provinciale. Allora mi dava cinquecentomila lire, allora, nel ’66-‘67”, senza cambiali, senza niente”. “Perché allora un amico era un amico. Non era solo un conoscente, era un amico”. “Anche in Liguria”, aggiunge Amilcare, “mi sono messo a fare il massaggiatore o l’allenatore della squadra, mentre a settembre andavo a vendemmiare in Veneto da un mio amico”.
Amilcare racconta di non aver vissuto la contestazione giovanile degli anni ’60, ma aggiunge di non aver mai tollerato il brigatismo rosso, “perché siamo in libertà”.
“Quando ho smesso di lavorare, a sessantacinque anni, mi hanno dato undici mila lire al mese di pensione”. “Poi dopo per non darmi undici mila lire, mi prendevano gli assegni familiari per la mia” ex moglie. “Sei o sette anni fa mi danno dieci undici vaglia, da pagare ogni mese ottantamila lire”; “sono andato a chiedere e mi hanno risposto, perché ti abbiamo dato gli assegni familiari che non ti spettavano. Ho risposto, tenetevi tutta la pensione, che io non ho questi soldi”. “Adesso mi danno quattordici euro”.
Dalla Liguria, spiega Amilcare sono venuto nelle Marche, era il 1973, “perché la mia donna aveva la sorella ad Ancona”. Così ho comprato la casa a Marina di Monte Marciano e “lì subito sono andato a fare il massaggiatore nella squadra di calcio”. La casa era bella e nuova e “ci avevo un salone nove metri per sette”. Però in giardino non potevi uscire perché ti mangiavano le zanzare, “la mia donna non poteva uscire né d’inverno né d’estate, perché eravamo in collina e c’era un sacco di vento”. “Allora abbiamo cercato da qui fino a Pesaro e ci siamo a trasferiti a Pontesasso nel 1976. A Pontesasso avevo mille ottocento metri di terra, venti alberi da frutta, con la casa in mezzo”. “Quando sono venuto qui a Ponte Sasso, ero allenatore della squadra di calcio” e poi “dopo facevo anche il massaggiatore”. “E poi ho fatto la prima squadra dei bambini e siamo andati bene, anche”.
A proposito della religione, Amilcare risponde che “io sono religioso ma a modo mio”. “Infatti non ho mai frequentato la chiesa perché secondo me i preti si dovrebbero sposare”.
Nel 2004 Amilcare è stato nominato Cavaliere del Lavoro “per tutto quello che ho fatto”.
Oggi Amilcare fa il pittore, vive nella casa di riposo Sant’Arcangelo di Fano, ma ha una nuova compagna, con cui pranza spesso e passa le feste.
|
Dati intervista |
|
|
|
Cognome Nome |
Panzacchi Amilcare |
Mestiere svolto |
Maresciallo della
marina |
Data di nascita |
24/12/1913 |
Data intervista |
25 settembre 2007 |
Luogo di
nascita |
Budrio (BO) |
Durata intervista |
120 min |
Temi principali |
Lavoro, Famiglia, Guerra, Politica
|

Installa Adobe Flash Player 9 |