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02 / MEMORIA OVER 90
 
SI CHIAMAVANO BABBO E MAMMA
Pascucci Annunziata nasce il 26 marzo 1914 a Frontone. “Eravamo sei figli”, racconta, “Assunta del 1899, Gigi del ‘2, Peppino del ‘6, Antonio del ‘12, io del ’14 e Rosa del ’19. I miei fratelli sono tutti morti presto. Eravamo contadini e quando ero molto piccola mio babbo mi ha detto “io ti faccio un banchetto, basta che tu mi impari a fare la pasta”, così che “alla sera quando ritorno, io voglio la minestra o la pasta asciutta”. “A sette anni io ho cominciato a fare la pasta”. “A casa mia non mi mancava niente”. “A scuola ci sono andata fino alla terza elementare, ma alla mattina, poco prima che entravo alla scuola, io andavo con le mucche”. “Da piccola, poi, i miei genitori mi hanno mandato a imparare e cucire, mentre a casa dovevo imparare anche a usare il telaio”. “Mi sono fatta il corredo da sola”, spiega infatti Annunziata, “e ero brava a ricamare col gigliuccio e il punto pieno”.
“Mi è morto babbo”, prosegue, “che avevo quindici anni”. “Dopo quindici anni ero già una donna vecchia”. “Perché dovevo fare tutte le faccende. Ero la più grande” delle femmine rimaste in casa. “La pora mamma che comandava?”. “Era una donna piccolina e non era risoluta come me”. “Oltretutto la nuora a mia mamma l’aveva sottomessa, perché non comandava mio fratello, comandava la moglie”. “Gli unici svaghi erano andare a piedi al mercato di Cagli, oppure ai pellegrinaggi alla Madonna di Acquanera, oppure alla messa alla domenica o nei momenti particolari dell’anno”. “Io da ragazza”, aggiunge, “partivo alle cinque del mattino, la novena era alle cinque e mezzo, facevo un paio di chilometri per andare alla messa”. “C’avevo una compagna che abitava a duecento metri e insieme andavamo al Castello. Quella volta c’erano le compagne ma dopo sposata niente compagne”. “Dopo sposata, finita la compagnia”.
“Ho conosciuto il mio futuro marito, che si chiamava Abbondio, un giorno che stavo andando a messa al Castello di Frontone”. “La domenica dopo, era agosto”, “riviene oltre e mi accompagna fino a giù casa” “Mi aveva fatto la dichiarazione ma io, dico, non mi impegno perché sono troppo giovane”. “E lì è finita. Lui ci è rimasto male. Una domenica dopo viene giù un ragazzo di Isola che era mio cugino e allora” lui “mi vede alla funzione con lui”. “Ha pensato che avessi un altro fidanzato”. “A dire la verità, a me mi piaceva mio cugino e io l’avrei preso, ma mia mamma non ha voluto e allora io l’ho lasciato andare. Gli ho detto, cambia strada, perché mamma non vuole non tornare giù perché tanto non mi ci metto”. “Quella volta bisognava ubbidire”. “Allora mi sono decisa per Abbondio. Quando ci siamo fidanzati, lui faceva il militare e mi ricordo che mi scriveva dai che quando ritorno mi sposo”. Anche suo padre ci si era messo di mezzo; infatti ”veniva oltre, quando mio marito era sotto l’armi”, “per raccomandarsi con mia mamma di farmi sposare perché la moglie era rimasta sola e aveva bisogno di aiuto”. “Dopo sei mesi di fidanzamento ci siamo sposati. Io avevo diciotto anni e era il 1932”. “Ci siamo sposati sul Castello di Frontone che distava trecento metri dalla casa paterna”. “Da su il castello sono arrivata a piedi alla Serra. Quando sono arrivata dentro casa, ho detto, datemi un paio di ciabatte che io non ne posso più”. “C’era una zia che cucinava. Allora ha fatto la pasta, ha fatto il contorno, ha fatto il secondo”, “ma il giorno dopo, io non sapevo niente. La casa non la conoscevo. E non c’era niente. C’era solo il lardo, un po’ di latte e la farina. Allora io, piano piano, facevo la minestra con, si diceva lo sgaggio quella volta, col battuto”. “Quello era il pranzo. Gli ho detto a mio marito, io questa vita non gliela faccio a farla” “perché non sono abituata. A casa mia c’era la carne, c’era… il contorno no perché non usava…”.
“Poi ero rimasta incinta subito. E allora” lui mi ha detto, “se non gliela fai a fare questa vita, tu prendi e fai da mangiare.” “E allora io ho cominciato a fare da mangiare”. La suocera non ha brontolato perché “io ho brontolato a lei”. Con lei, infatti, “ho tribolato”, “perché bevevano tutti e due”, anche mio suocero, e dopo “si ubriacavano”. “Io ci ho avuto il coraggio di sgridarli, spiega, perché il marito era a favore mio. Non mi sgridava, non mi diceva niente e mi faceva fare come mi pareva”. I suoceri io li chiamavo babbo e mamma e lei, dopo quattro anni, è morta”.
Abbondio, racconta Annunziata, “era un gran lavoratore”. “Ha lavorato un bel po’”, “la vita che faceva mio marito non lo sapeva nessuno”. “Era proprio un minatore e lavorava a cottimo e mi aiutava anche in campagna”. “Ha fatto ventidue anni di miniera”, a Percozzone e “quando tornava a casa, da quanto puzzava di solfo, le lenzuola mie erano diventate tutte gialle. E quanto ci voleva per farli ritornare bianchi”. Lo pagavano a fine del mese “tanti vagoni mandava fuori e tanti soldi prendeva”. I soldi “li ho amministrati sempre io”, spiega Annunziata. “Lui veniva a casa, mi dava la paga. Ma io li sapevo amministrare, se no non me li dava”. Li usavo “per fare qualche vestitino”, anche “se io cucivo i vestitini da sola”, “le magliette tutte a mano”. Alla notte, “lavoravo fino alle una dopo mezzanotte per finire la maglia”. Per fare il pane “c’era un forno per tutti” e “io ero sempre la prima a fare il pane”. Invece, “si faceva il bucato con la cenere. Quando era il sabato si cambiavano tutti i letti, tutti panni, tutte le camicette, le mutande. Tutti quelli bianchi, al lunedì, si mettevano dentro una mastellona grande”, “spianati bene e poi “ ci si metteva la cenere e si facevano bollire”. “Quelli di colore si lavavano con il sapone a pezzi” “dentro la tavoletta” e “si andavano a lavare nella fontana del comune”.
“Dopo ho fatto tanti figliuoli, cinque femmine e un maschio e le femmine mi hanno dato una grossa mano in casa”. “Mio marito era matto dei figli”. “Quando l’ultima si è sposata Abbondio mi ha detto “vedi, siamo rimasti due salami””.
Nel ’36 Abbondio viene richiamato, Annunziata si ammala di tifo e viene curata col latte.
“Mio marito non è andato in Africa”, spiega Annunziata, perché “ha fatto il lavativo” , cioè “si fumava una sigaretta, o due, prima di andare alla visita, gli veniva la febbre e allora con la febbre non lo mandavano via”.
“Per riuscire a migliorare la vita della mia famiglia io invece”, ricorda Annunziata, “ho messo le galline, le pecore, le mucche e dopo non mi mancava niente. Ho lavorato tanto, perché mio marito lavorava in miniera, ma io lavoravo con tutti i figliuoli, i vecchi e la campagna”. “Un sabato, non mi ricordo di chi ero incinta, vado a Pergola col biroccio”. “Ero incinta grossa perché il giorno dopo mi è nata e vado col suocero a vendere un vitello”. “Che, lo mandavi solo?” “Allora quando siamo stati laggiù, appena venduto il vitello, mi sono comprata il maiale”. “In casa e in campagna, infatti, io ho sempre fatto tutto da sola, senza chiedere consiglio a mio marito e a nessun altro. Ero io che amministravo tutto e prendevo decisioni. Mio marito era contento. Quello che facevo io, lui non mi diceva niente. Mi lasciava sempre libera”. “Io decidevo tutto” e “non ho chiesto mai aiuto. Ho fatto sempre da sola”. Addirittura, “andavo alla prima messa delle sette che c’era poca gente e non mi fermavo con nessuno”.
“Le famiglie povere”, spiega Annunziata, “qui a Serra c’erano e alcuni potevano mangiare solo le foglie, cioè le piante dei cavoli. C’era una vecchina di Pergola, per esempio, la chiamavano la Pelacchia, che andava per tutti i paesi a chiedere l’elemosina. Quando è morta, dentro al letto, hanno trovato un sacco di soldi”.
“Nel periodo fascista, a casa mia”, ricorda Annunziata, “non si parlava di politica e anche mio marito non era segnato da nessuna parte. Lui era libero”. Però “io i fascisti non li posso vedere, neanche adesso che c’è Alleanza Nazionale e quello che posso dire di Mussolini è che mi ha tolto la fede, mi ricordo. Mia suocera diceva, “dagliela che mandano a casa i figli” dalla guerra. E così io gliel’ho data per obbedienza di mia suocera, no perché lo volevo io”. “Ricordo anche che quando le figlie più grandi andavano a scuola, era obbligatoria la gonna nera e la camicia bianca, perché senza divisa non si entrava, e io sono stata costretta a fargli la gonna”. “La camicetta me l’ho fatta fare e la gonna me la sono cucita da sola”. “Non so perché, ma quando mia figlia andava a scuola, mi ricordo che i fascisti volevano la lana. Senza lana niente scuola, allora io, ho scucito il materasso e ne ho preso un po’”.
“Quando è scoppiata la guerra, mio marito”, spiega Annunziata, “ha fatto due anni da richiamato, poi l’hanno mandato a casa perché ci aveva quattro figli. In quei due anni, mi scriveva, ma io non sapevo scrivere, per cui, quando gli rispondevo, le lettere le dettavo al suocero”.
“Durante la guerra, un giorno c’è stato un attacco dei fascisti, che è stato un beccamorto della Serra che ha sparato contro” che si chiamava Betto. “Allora sono venuti duecento alla sera da Pesaro”, “perché io vedevo. Dalla finestra mia si vedeva tutto il corso”. “Ho sentito bussare alla porta. Pensavo fosse il suocero che ritornava dal campo. Invece chi erano? I fascisti. Vado giù, apro la porta. Chi c’ha su in casa? C’ho mio marito coi figliuoli”. “Dopo allora ci hanno sfollato tutti. Ci hanno portato in quella piazzetta dove c’è la banca Popolare con tre mitraglie spianate. A noi ci hanno rinchiusi dentro una stalla, dalla parte della Porta Santa del corso e gli uomini” dalla parte del camion degli operai. “Mio marito c’aveva il figlio nelle braccia e io la figlia più piccola. Dico, “Madonna, adesso li ammazzano tutti””. “È arrivato uno che tornava da lavorare a Belisio, l’hanno preso e l’hanno portato a Pesaro”. “Le mitragliatrici non hanno sparato solo che hanno dato fuoco a una casa che c’era un vecchio dentro”. Era la casa della famiglia Mollaroli. Il figlio diceva “c’è mio padre dentro, bruciato” ma i tedeschi dicevano di no. “Si raccomandava a Dio”. Il giorno dopo “hanno scavato i calcinacci del muro e hanno trovato le ossa, perché le ossa non si bruciano”. “Hanno fatto un disastro”. “La casa bruciata era vicino alla finestra della camera mia. I sacchi di acqua che ha carreggiato mio marito quella notte”. “Io ho penato un bel po’”.
“Da sfollati”, continua Annunziata, “siamo stati prima alle grotte e poi all’Avellana dai frati”. “Io ci avevo un materasso di venti chili sulle spalle e me l’ho portato all’Avellana”, perché si dormiva per terra “e dormivamo tutti sul materasso”. “Un marito di mia figlia, poi, una notte è venuto giù a prendere i polli, ma quando è arrivato al monastero erano tutti morti. Così li abbiamo spennati e ce li siamo mangiati tutti in una volta”.
I tedeschi hanno portato via le bestie, “e io sono arrivata fino a Cagli cercare la vacca. Fino a Cagli a piedi. E poi ho pernottato dalla pora mamma che stava a Frontone”. “Sono andata su dal comando tedesco”. Mi hanno detto che la mucca l’avevano trasferita. “Io ci ho creduto”, mi “sono rassegnata e sono venuta a casa”. “Io volevo la vacca” “Io il coraggio e ce l’ho avuto sempre”. “Non c’è andato mio marito perché aveva paura che lo prendeva i tedeschi”, “mentre le donne era difficile che li prendeva”. “Solo una ragazza, una nipote, qui a Serra, l’hanno portata in un campo di concentramento in Germania, quando è ritornata era incinta, ma il cervello suo non ha più funzionato. Dopo è morta”.
“I partigiani si conoscevano, anche un marito della figlia era partigiano. Tutti i ragazzi scappavano in montagna quella volta, se no li prendevano e li portavano in Germania”.
Quando sono arrivati gli americani, “tutta allegria”. “Mi sembrava di rinascere”, “l’oro avevamo vinto”, commenta Rosa. “Loro ci avevano i carri armati con le tende, si sono fermati un po’ e ci davano la cioccolata, il caffè, lo zucchero e le caramelle”.
“Mio marito ha smesso di lavorare quando ha chiuso la miniera”, prosegue Annunziata. “Non ha partecipato all’occupazione perché non era lì quel momento. Era a casa”. “Lui non si è presentato per niente, perché aveva paura”, “c’erano i gendarmi” “Lui il sindacato non lo conosceva. Lui lavorava e basta” e “andava d’accordo con tutti”, compresi i caporali e i sorveglianti.
Dopo la chiusura della miniera, Abbondio ha continuato a lavorare in campagna.
La religione è stata sempre molto importante per Annunziata, tanto che ancora oggi dorme ascoltando Radio Maria. Al mese dei morti, alla novena di Natale, racconta, si doveva andare tutti i giorni alla messa, alla mattina “alle cinque e messa”. “Io la messa non l’ho mai lasciata e lo stesso mio marito e i miei figli”.
Il 2 giugno del 1946, “mi ricordo che sono andata”, ma “non mi ricordo per chi ho votato”. quando c’erano le elezioni, spiega Annunziata, mio marito mi consigliava, “ma facevamo ognuno per conto nostro”.
Mia sorella Rosa non ha avuto un matrimonio fortunato come io mio, spiega Rosa. “Le botte che ha preso dal marito. Il marito era un diavolo” “non lo sapevamo. Dopo l’ho saputo. Dopo che era morto”. Mia sorella stava al Petrano. Se lo sapevo, “io chiamavo mio fratello che era Carabiniere. Lo mandavo là in casa e gli facevo mettere giudizio”. Lui la picchiava “perché era geloso. Perché era una bella donna. I fratelli non volevano” dicevano “che non lo doveva prendere. Ma a lei gli piaceva”.
“Come mamma”, spiega Annunziata, “non sono stata molto severa e comunque l’educazione dei figli, e soprattutto delle figlie femmine, ha sempre spettato a mio marito. Lui era molto severo e possessivo; per esempio non le mandava a ballare oppure le accompagnava direttamente lui”.
“La prima figlia”, ricorda, “il latte non lo prendeva perché mia suocera gli dava le pappine, e a me mi è andato tutto indietro”. Le pappine erano il pane cotto, con un goccio d’olio. “Invece quando è nata la seconda, lei le pappine non le voleva perché gli andava di traverso e allora mia suocera mi veniva a chiamare. Il figlio maschio, poi, a un anno di età, ha preso la broncopolmonite e lo curavo con un mattone che tenevo vicino al fuoco e glielo metteva sul petto. In quei giorni, ricorda, non andavo mai a dormire e stavo notte e giorno davanti al camino con mio figlio in braccio”. “Dopo ho chiamato la levatrice” “che era come un dottore”. “Mi ha detto, stai a sentire. Metti su una gran pila d’acqua” “quando è tiepida tiepida mettilo a bagno”. Così “lo mettevo dentro quella pila” e “con due settimane la tosse gli è andata via”. quella volta, aggiunge Annunziata, “non c’era il medico” e “io non li ho conosciuti i dottori”. Era l’ostetrica che faceva tutto.
Le figlie, Rosa, le ha mandate da un sarto a imparare, invece il maschio ha studiato. “Andava al seminario di Pergola”. “Mi hanno scritto che non andava a scuola, allora il babbo non ce l’ha mandato più”. “Poi è andato a fare il militare e dopo è andato sui carabinieri, come mio fratello che era Maresciallo. Però dopo tre anni si è congedato”. “Doveva aver fatto qualche maccatella”, spiega Annunziata, “allora l’hanno mandato via”. “Mi è dispiaciuto quando si è congedato”. Ma non gli piaceva quella vita. Dopo ha preso il diploma di scuola media a Roma.
Oggi “per quello che ho passato sto proprio bene”. “È stata dura un bel po’”. “Ho cominciato a stare bene quando i figliuoli erano tutti grandi” e sistemati. “Io i sacrifici ne ho fatti tanti”.
Annunziata oggi ha 13 nipoti e 21 pronipoti. La vita di oggi, conclude, “è un fiore”.

 

Dati intervista
   
< ELENCO NOMI
< ELENCO LUOGHI
Cognome Nome
Pascucci Annunziata
Mestiere svolto
Contadina,
casalinga
Data di nascita
26/03/1914
Data intervista
17 settembre 2007
Luogo di nascita
Frontone (PU)
Durata intervista
90 min
Temi principali
Famiglia, Lavoro, Guerra, Politica, Affettività

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