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02 / MEMORIA OVER 90
 
LA SANTA BENEDIZIONE
Patreniani Maria nasce a Orciano il 15 giugno 1913. È la secondogenita di due figli e suo fratello ha tre anni più di lei. “Sono nata fuori del paese” racconta “facevamo i contadini. C’erano i nonni, mio padre, mia madre e noi altri due figli […]. Mio babbo è morto nel 1916, durante la prima guerra mondiale, e io ho un solo ricordo di lui. Si vestiva per andare in guerra, era in licenza, e io gli ho chiesto la Santa Benedizione, era chiamata quella volta”. Non ricorda quando è arrivata la notizia della sua morte, ma “so come è morto, perché c’era mia madre, c’era il compagno che dopo è venuto qui che me lo raccontavano. Quella volta, infatti, facevano le trincee con la vanga, la zappa, e quando mitragliavano, entravano dentro quel fosso che avevano fatto. C’era mio padre e uno di Orciano. Hanno sentito che mitragliavano, sono entrati dentro questo fosso. E parlando tra di loro, non si erano accorti, che mio padre era alto e non gli c’era entrata la testa. Lo hanno mitragliato alla testa, quindi. Quando è stato seppellito a Re di Puglia, mia madre lo voleva portare giù a San Giorgio, ma non hanno voluto. Perché, ci hanno detto che il governo aveva speso tanti quattrini per fare questo cimitero. Io la prima volta che ci sono andata ero grande e ci sono rimasta male perché c’è una pietra così piccolina. Anche la mia mamma ci è andata una volte o due […]. Mi ricordo che mia madre aveva uno scatolone grande, pieno di lettere del mio babbo e che lui le scriveva sempre: “Presto finirà la guerra e ritornerò” […]. Invece c’era mio zio, che era il fratello di mia madre, che era in guerra anche lui. Scriveva: “Questa è l’ultima perché qui ci ammazzano a tutti”. Quello è tornato e mio padre no”. Le lettere, “le ho bruciate quando ho sposato io” spiega Maria “perché che stavano a fare? Mia madre era sola (da tanti anni)”.
“Dopo la morte del babbo” racconta Maria, “mio nonno si era un po’ invecchiato, non ci vedeva e non gliel’ha faceva più lui a mandare avanti il fondo. D’altra parte, mia mamma e mia nonna, da sole, non ne erano capaci. Allora mio nonno, ci avevano un po’ di soldi loro, hanno comperato la casa a Orciano. E noi, mia madre e noi altri due figli siamo venuti ad abitare qui al Casale, è chiamato”. Ricorda Maria: “Io avevo sette anni quando sono venuta qui. Abbiamo trovato una casa in affitto e campavamo con le quaranta lire di pensione (del babbo morto). I nonni dicevano sempre alla mamma di prendere un altro marito, ma lei non ha voluto. Perché ha detto: “Io c’ho due figli che ho fatto con quell’uomo e lui mi governa lo stesso benché è morto” Oltretutto, la mamma ogni tanto andava a mietere da un contadino e allora gli dava la legna per fare il fuoco”.
Maria è andata alla scuola elementare fino alla terza e per fare la quarta doveva andare a San Giorgio, “però non era come adesso che ti passavano a prendere. D’inverno, era faticoso, anche perché quella volta nevicava tanto. Allora, a nove anni, sono andata a fare l’apprendista da una sarta sotto Orciano e ci sono rimasta sei anni.“Dopo io facevo un po’ da sarta, ma si guadagnava poco. Infatti, qui eravamo cinque o sei, tutte sarte. Mio fratello, invece, è andato nei Carabinieri per quanto non gli spettava di fare il soldato. C’è andato perché lavorava da falegname ma il lavoro non c’era più. Quando mio fratello è partito, io sono rimasta sola con la mamma”.
“A casa avevamo il telaio” ricorda Maria, “ma il corredo ne ho fatto poco. Io, infatti non volevo sposarmi perché stavo bene con mia madre; oltretutto capivo, insomma, che lei era contenta di non rimanere sola […]. Mi erano capitati più di venti pretendenti, infatti, ma li ho rifiutati tutti fino a che mia madre non mi ha detto: “Ma quando muoio io tu con chi stai?”. Mi veniva da piangere”.
Maria e la mamma non andavamo a veglia a casa d’altri ma d’estate si sedevamo fuori a prendere l’aria. “Prima del fidanzamento, poi andavo a ballare, perché quando uno si fidanza a ballare ci si va poco. Una volta siamo andati a Barchi a piedi. La mamma stava a vedere e io ballavo il valzer, la polca, il tango, mentre la furlana era per i vecchi. Erano le ragazze ad essere accompagnate - spiega Maria - mio fratello, infatti, usciva da solo con i compagni”.
Il futuro marito abitava anche lui al Casale ma prima di fidanzarsi sul serio è passato parecchio tempo. “Mio marito stava qui vicino […], lui mi aveva anche scritto, ma io non gli ho risposto per niente. Quella volta usava scriversi - spiega infatti Maria - perché la dichiarazione si faceva anche a bocca, ma più che parte per lettera. Non gli avevo risposto, perché c’avevo i compagni, andavo alla scuola serale, e pensavo fosse un loro scherzo. Dopo lui ha fatto la fidanzata a Montemaggiore. Un giorno, però, che era venuto lì all’orto di casa mia, ha cominciato a piovere. Gli ho detto: “Ma piove, che stai a fare? Vieni dentro”. È entrato e ci siamo messi a parlare di fidanzati. Gli ho chiesto: “Tu vai d’accordo con la tua fidanzata?” Mi ha risposto: “No, sono stizzato”. Mica era vero! Ha detto: “E tu perché non mi hai risposto?”, gli ho detto: “Io mi credevo che era uno scherzo dei compagni. Tanto io sto bene da sola”. Da quel momento, lui non è più andato a Montemaggiore fino a che non ha rincontrato la fidanzata al mercato di Orciano. Non sapendo cosa dirgli perché di me non era sicuro, gli ha pagato la borsa, l’ha portata a casa con la bicicletta e ha ricominciato. Così aveva due fidanzate contemporaneamente. Pensate che il giorno della fiera di San Giorgio mi ha detto il mio moroso: “Vai alla fiera a ballare?”, lui ci aveva la morosa, quell’altra, ma quando sono state le nove, le dieci, l’ha portata a casa e poi ha ballato sempre con me. Allora io gli ho detto: “Sta a sentire, a me non mi importa niente, io sto bene come sto. Lei ci prende un dispiacere e io non voglio sapere niente”. Era prima di Pasqua e siamo andati a finire a novembre. Dopo l’ha lasciata andare davvero. L’ho ripreso perché anche mia madre era contenta. Era un bel ragazzo faceva il granatiere da militare. Invece quella morosa era piccolina, alla cinta gli arrivava. L’ha lasciata - racconta Maria - ma ho cominciato subito a soffrire […]. Perché lui aveva i genitori e io avevo invitato suo padre per il giorno della Vigilia di Natale. “Non lo so se ci verrà perché non sta troppo bene”, mi aveva risposto. Era Domenica e la Vigilia era di lunedì. Lui è andato a casa e l’ha trovati in piedi il padre e la madre. “E come è che non siete andati a letto?” “Perché tuo padre sta meglio su”. Salito in camera, non ha fatto in tempo a spogliarsi, la mamma gli ha detto: “Vieni giù vieni giù che tuo padre si è fatto fastidio”. È partito. È morto. Il giorno della Vigilia è toccato a fare il funerale”.
“Ci siamo fidanzati ufficialmente” ricorda Maria, “proprio in quell’occasione; dopo lui, il 12-13 gennaio, è andato a fare il militare e c’è stato diciotto mesi. Quando ci siamo fidanzati, gli ho detto: “Il matrimonio“si fa come s’ha da fare”, cioè volevo rimanere vergine. Lui non ha insistito perché si vergognava. Da fidanzati, infatti, soli in casa non ci siamo mai stati e ci si vedeva solo alle domenica. Mia madre gli ha detto: Tu non venire su alle quattro. Vieni su alle due, che alle nove si va a letto”. Io non ero stata mai baciata dagli uomini. La prima volta ho fatto una sudata che mi ero tutta arrossata”.
Maria si sposa nel 1937 dopo sei mesi di fidanzamento, ricorda che il vestito da sposa era bianco e “me l’’ha fatto la sarta dove ero andata a imparare [..]. Per vestirsi di bianco si doveva essere giovani e non incinta. Ce n’erano infatti, “un po’ - commenta Maria - che non capivano niente, erano incantate, perché facevano quello che gli diceva il moroso, dopo rimanevano incinta e dopo gli sgaggiavano in casa”. Dopo la cerimonia in chiesa, Maria e il marito fanno un pranzo a casa di lui con trenta invitati. “Il regalo più grosso che ho avuto, mi ha dato 30 lire la sorella di mio marito. Io ho sposato che non avevo niente”, con i soldi del matrimonio sono andati alla fiera di San Giorgio e hanno comprato tutto quello che gli serviva in casa. Da sposata, Maria va a vivere con il marito in una zona di San Giorgio chiamata Sacramento.
“Durante il militare” continua Maria “mio marito mi ha scritto che Bianchini dava via la bottega, lo spaccio. Ha detto: “Tu sei orfana di guerra. Fai la domanda che a te, te la danno”, perché lui faceva il contadino ma la pensione era piccola e loro erano un branco. La madre aveva fatto dieci figliuoli. Mi ha fatto fare domanda e io l’ho fatta. Me l’hanno data la licenza e, dopo, ho smesso di fare la sarta e sono andata nella bottega, ci avevo duemila lire - ricorda Maria - quando ho messo su la bottega. Mio marito non c’aveva niente”. Non le è dispiaciuto smettere di fare la sarta perché ”pagavano poco e la maggior parte segnava, anche se il lavoro c’era, quella volta, perché anche un paio di mutande portavano a cucire. Anche nella bottega, mica pagavano. In campagna c’era una sola bottega ma la pasta non la compravano mai, il pane non lo compravano; compravano solo il petrolio, le sigarette, l’olio, il sale e la conserva. Lo zucchero lo consumavano poco. I cartoccetti si usavano, quella volta - ricorda Maria - perché era tutto sfuso, “volevano duecento lire d’olio, per esempio, quattro soldi di conserva. Avevi da fare il conto di quanto ce ne veniva, quanto ne avevi da dare”.
“Prima della guerra”, spiega Maria, “i tabacchi non ce l’avevamo […]. Non ci davano la licenza del gioco perché c’era la chiesa e le scuole vicine. Dopo la guerra, invece, c’era il sindaco che conosceva mio marito, ci ha detto: “Fate una capanna e prendete la licenza del bar”. E così abbiamo aperto l’osteria, che era aperta alla sera fino a mezzanotte. Ricorda Maria che dopo molti “andavano al mercato. Quando ritornavano si fermavano. C’erano quegli uomini, bevevano, c’erano quelle donne, compravano il sale”.
“Mio marito è stato in guerra” ricorda Maria “e ha combattuto in Grecia e in Albania. Era, insomma, un po’ lontano e non gli davano da mangiare. Così mi ha detto: “Mandami qualcosa da mangiare”. All’inizio, gli mandavo il pane, glielo abbrustolivo. Andavo alla posta, gli facevo il pacco, ma gli arrivava ammuffito. Allora cosa posso mandare? ho pensato. La fava brusca gli si manteneva. Tutte le settimane gliene mandavo un chilo o due […]. Mio marito mi rispondeva sempre e il postino, le sue lettere, me le portava sempre per prima. Un giorno, che non avevo ancora aperto la busta, uno mi dice: “A Mondavio mi dicono tutti che è morto”. Apro la lettera, non c’era scritto niente, solo la busta con l’indirizzo. Io pregavo - ricorda Maria - “Signore, magari fosse struppio, ma rimandalo vivo. Non ho fatto in tempo neanche a piangere, perché quando andavi a servire, quando facevi di conto, non potevi piangere; piangevo di notte. Dopo mi ha scritto lui e mi sono sollevata. In guerra, lui ha preso la malaria e, una volta, è fuggito dalla prima linea perché aveva avuto paura. Lo volevano fucilare, poi l’hanno perdonato. Quando è tornato era dimagrito, poi si è ripreso, però ci aveva il cuore che gli aveva portato danno”.
Maria ricorda che di Mussolini dicevano “che gli aveva fatto fare la guerra […]. Non era tanto amato. Io non ero contenta perché mio marito me l’ha portato via in guerra, le tasse me le faceva pagare e non c’era tanto da scialare”.
Durante la guerra, la gente andava a comperare le cose con la tessera. “Toccava andare in Comune a prendere la tessera, però non c’era tanta roba quella volta da vendere e ogni tanto mancava perché non passavano a portarla. Allora, c’era uno di Montemaggiore che la dava al prezzo di costo e io la andavo a prendere con la bicicletta. C’era la bicicletta che c’aveva il porta bagagli. Ma poca roba si caricava. Da sola era impossibile stare nella bottega, perché bisognava andare a Fano, con la bicicletta, a comprare i generi alimentari e i tabacchi a Mondavio, e così, finché mio marito è stato in guerra - ricorda Maria - mia mamma è venuta con me. Lei la lasciavo nella bottega e io andavo a fare il rifornimento”.
Il marito di Maria torna dopo l’8 settembre 1943 e, al passaggio del fronte, lui è a San Giorgio. “Quando è passato il fronte” racconta Maria, “mi ricordo che una sera, era il tempo un po’ annuvolato, e sono arrivati un po’ di questi soldati, saranno stati nove o dieci. Mio marito non si poteva fare vedere perché lo portavano via ma io non ci capivo niente, allora l’ho implorato di venire oltre perché io non ci volevo stare con tutti quegli uomini. Dopo un pezzetto, è arrivato un comandante, ha mandato fuori tutti i soldati, si è fermato lui a mangiare e bere, e non è successo niente. Solo quella volta ho visto i tedeschi”.
Nel dopoguerra Maria e il marito lavorano a tempo pieno nella bottega e nell’osteria. “La sera” ricorda Maria, “io andavo a letto quando erano le nove, le dieci al massimo. E alla mattina, lui dormiva e io mi alzavo. Avevo da pulire il bar, la bottega, da preparare. Si apriva alla levata del sole. C’era scritto, alla levata del sole e si durava fino a mezzanotte”.
I soldi, “qualcuno ce l’aveva, qualcuno non ce l’aveva […]. Le sigarette non gliele davo senza soldi”, perché doveva pagarle prima. Quando qualcuno non pagava, “toccava fare anche la trista perché mio marito aveva meno coraggio e mandava avanti me”.
Nell’osteria vi erano parecchie discussioni “io gli ho anche menato a quegli uomini. Perché erano tristi, non pagavano, si ubriacavano […]. Una sera viene uno ubriaco, da Orciano, ha preso mio marito l’ha sbattuto nel muro, poi è uscito fuori. Io ho preso, ho chiuso e mi sono presentata davanti. Gli ho detto: “Stai zitto e vai via se no ti do due cazzotti”. C’erano le bilance con quei pesi, gli ho detto: “Ti do una botta con questi pesi sulla testa”. Un altro giorno, c’erano due uomini che giocavano a carte e uno bestemmiava, quella volta se bestemmiavi in un esercizio pubblico, ti denunciavano e facevano la contravvenzione; gliel’ho detto e non mi è stato a sentire. Dopo mi è venuto da dargli uno schiaffone, aveva gli occhiali, gli ho rotto gli occhiali […]. Quando erano ubriachi non ci si combatteva”.
Fumavano anche molto gli uomini, ricorda Maria. I contadini piantavano il tabacco, “poi dopo lo seccavano e facevano la sigaretta” oppure lo fumavano nella pipa.
Al bar gli uomini parlavano di politica “ma io non mi sono mai impicciata […]. Quella volta, infatti - spiega Maria - non usava parlare di politica, nemmeno tra marito e moglie. Io però, sono andata sempre a votare, ma io sono stata sempre con quelli della religione”.
La religione, infatti, è stata sempre molto importante per lei “ho creduto sempre in Dio, fin da bambina. Il prete mi faceva fare la dottrina. Io avrei fatto anche la suora – commenta - però toccava lasciarla sola, poretta, la mamma”.
“Ballare non era peccato” spiega, “io ci andavo senza commettere il peccato. Ballavano anche i santi. Il prete qui diceva due messe alla Domenica e era mia mamma che mi ci faceva andare. Lei, difatti, ci andava alla mattina, poi alle undici veniva giù “Dai che è ora di andare alla messa” e io andavo alla messa a piedi, di corsa […]. Mio marito non era tanto ghiotto, ma diceva ai figli: “Se non andate alla messa, oggi non si mangia”.
Una volta si era anche superstiziosi. “Usavano le fatture prima […]. A me l’hanno fatto quando mi sono messa a fare l’amore. Saranno stati i parenti della morosa. Mi sono accorta che stavo male, non mangiavo più. Dopo quella volta c’erano quelli che guastavano le fatture, mamma ci andata. Ha detto: “Non è una fattura, ma a lei gli porta danno” […]. Quella volta facevano qualcosa, non mi ricordo cosa hanno fatto. Dopo sono stata bene e non è successo più”.
Maria ha avuto quattro figli, due maschi e due femmine. Due sono nati prima della guerra, due dopo. E’ stata abbastanza severa con loro soprattutto con le femmine. Invece i maschi “hanno fatto come gli è parso, perché era più sopportabile un uomo che si sbagliava (rispetto alla donna). Il grande, infatti, si è sbagliato, perché le donne tocca prenderle del paese suo, mentre lui l’ha presa che era slava. Non credeva in Gesù Cristo e allora quando non credi la famiglia non va. Si sono sposati, hanno fatto due figli e dopo trenta anni si sono separati”.
“Il viaggio più lungo che ho fatto” ricorda Maria “è stato a Trieste e Gorizia. Sono andata a Trieste quando ha sposato mio figlio e sono andata dal papa a Roma un paio di volte perché avevo una cugina che stava là”.
Il fratello di Maria, “sul più bello è morto, aveva settantaquattro anni”. Il marito, invece, è morto nel 1991, a settantasette anni.
Maria ha lavorato nella bottega per cinquantuno anni, “dopo l’ho data a mio figlio. Dopo mio figlio, è andato in pensione e ora c’è la moglie, mentre il bar l’hanno affittato”.
“Non c’è un’idea tra prima e adesso” commenta Maria. Le ragazze di oggi “non mi piacciono, perché i matrimoni non li fanno più. Prima fanno l’amore e dopo si fidanzano. Una volta “quello si faceva dopo. Io il matrimonio l’ho fatto come si ha da fare. Oggi, poi, le donne si vestono anche come gli uomini e prendono il medicinale per fare l’amore con gli uomini. I maschi, invece, danno meno preoccupazioni”. Maria ha otto nipoti, tutti maschi.
“Ha guastato ogni cosa la televisione” conclude Maria, “perché fa vedere tutto quello che non si deve vedere”.

 

Dati intervista
   
< ELENCO NOMI
< ELENCO LUOGHI
Cognome Nome
Patreniani Maria
Mestiere svolto
Commerciante
Data di nascita
15/06/1913
Data intervista
17 luglio 2007
Luogo di
nascita
Orciano (PU)
Durata intervista
95 min
Temi principali
Famiglia, Lavoro, Matrimonio, Guerra, Politica, Affettività
Riti e Costumi

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