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02 / MEMORIA OVER 90
 
IL POSTO DI BLOCCO
Al colloquio era presente la moglie.
Egidio Peruzzini nasce a Roncosambaccio di Fano il 3 febbraio 1916. È figlio di mezzadri e primogenito di due sorelle, l’ultima del ’22 (ancora viva), la più grande morta in un incidente così raccontato: “Io avevo un’altra sorella. Piccolina. Io avevo tre anni e questa sorellina aveva sette, otto mesi. Quella volta si diceva la rolla, il camino e si faceva il fuoco, no? Eravamo seduti tutti e due lì. Avevamo un garzone… quella volta andavano dai contadini…il garzone si diceva. Per un anno, sei mesi. E allora c’era questo garzone.. ma lì a casa non c’erano… i genitori miei non c’erano che erano andati in città. Questo prende il fucile… quella volta c’erano i fucili da caccia… che era del mio nonno. Ha sparato. Ci avevo una sorellina. Proprio nella fronte. Fatta dura. E io avevo tre anni quella volta”. E il garzone? “Lui è scappato, è fuggito. E dopo… si… ma gli hanno fatto poco. Perché quelli di casa mia non è che proprio gli hanno fatto causa, ecco. È stato un po’ dentro ma poca roba”.
Il padre muore a sessant’otto anni per problemi respiratori. È stata colpa del freddo sofferto durante la prima guerra mondiale, commenta Egidio, perché “quella volta lui era in trincea e aveva preso anche una bronchite cronica”.
Il podere di Roncosambaccio (sul quale Egidio rimane fino al ‘60) è di sei ettari. Si coltiva il grano, ci sono duecento ulivi e si produce abbastanza olio e vino da non far soffrire la fame alla famiglia. La proprietaria è la signora Grimaldi, moglie del dottor Caselli. I padroni sono stati sempre molto buoni, commenta Egidio e “ci volevano molto bene”. L’importante era essere puntuali negli accordi mezzadrili: Egidio, infatti, ogni giorno, dopo aver fatto la piazza, va a casa loro a portare la metà dell’incasso.
La dimora paterna era una “casa coi travi, non come adesso soffittata”, ristrutturata negli anni ’50. Il telaio “era utile”, racconta Egidio. “Mia madre tesseva, si, si. Un telaio in legno, fatto bene”, con cui produrre biancheria per la famiglia. Una volta che la canapa era stata filata, le matasse venivano imbiancate. “C’era un lavatoio, gli dicevano […] Si. Una fonte che venava l’acqua, ecco. Ma superficiale, e allora andavano lì a imbiancare”. Era una fonte che distava “due, tre chilometri senz’altro", alla quale si andava “con il carro, con le mucche e una botte sopra”.
Egidio è andato a scuola fino alla quinta elementare. Ha fatto dalla prima alla quarta a Roncosambaccio, la quinta a Fano dove c’era uno zio.
Il compito di Egidio, da bambino, era quello di accompagnare la mamma al mercato di Pesaro a vendere la frutta e di andare a fare la spesa a Fano “con la bicicletta, non sul sedile, sulla canna, che non ci arrivavo”. Non la spesa come oggi perché quella volta “il pesce … queste cosine da mangiare.. usava”. E cioè “lo stoccafisso, le trote. Era così la vita”.
La famiglia di Egidio “si difendeva” rispetto a “qualcuno” e il podere rendeva abbastanza bene. Perché “quella volta non era come adesso che c’è il lavoro. Non c’era il lavoro. Io ce ne avevo uno dopo che mi veniva a aiutare. Dice, eh.. quando ho mangiato già è qualcosa. Gli davo qualcosa per.. ci aveva la moglie e due figli. Ma la moglie si accontentava di poco, consumava poco. E allora gli davo qualcosa anche da portare a casa. Ma per mangiare, qualcosa da poco”. Inoltre, tutti erano pronti a fare sacrifici. “Invece c’era qualcuno che non si adattava ad andare in piazza a vendere la frutta, a vendere queste cose qui. Quindi soffrivano il soldo. Invece noi, a dire la verità.. non che si buttava via niente”. Oltretutto il padre di Egidio, prima di sposarsi, aveva lavorato a New York per quattro anni come manovale. Un lavoro che gli aveva permesso di risparmiare quattromila lire, che “erano qualcosa quella volta”, prestate poi al fratello per fare la casa nuova. Era importante il prestito, racconta Egidio, perché “gli interessi aiutavano ad andare avanti”, “che davano il sei magari”. “Senz’altro, il babbo sarebbe ritornato in America anche dopo sposato ma allora mia madre dice, o che andiamo tutti e due o che restiamo qui. E allora non sono andati via”.
La fame Egidio l’ha sofferta solo da soldato. “Nel soldato, quella volta c’era la tessera. Nel soldato davano due pagnottine così. Tutta semola. Io ne avrei mangiate quattro”.
Elia Rossi, classe 1923, nasce a Novilara di Pesaro in una famiglia di tredici persone, tutti mezzadri. Elia aiuta la famiglia nei campi, va qualche volta da una zia che fa la sarta, ma soprattutto si reca tutti i giorni “da una che lavorava di bianco a Novilara” per imparare a fare il corredo.
Elia e Egidio si conoscono a una festa da ballo. “La prima volta che l’ho vista io a lei … l’ho trovata a ballare a Novilara. Dopo i giorni dopo, con i miei amici dico, ostia ho ballato con una, ballava bene, dico.[…] allora mi hanno detto il nome, chi era, chi non era.” E più avanti: “a dire la verità, facevo il moscio a un’altra. Ci sono andato poco, ecco. E allora io sono passato a Novilara, lì, e lei era seduta in un banco lì, era seduta. Gli ho chiesto di ballare, abbiamo ballato. Però ballavo anche io, mi lanciavo bene. E con i miei amici dopo, il giorno dopo, che erano con me, dico ho ballato con una ieri sera. ma ballava bene. Ah, dice quella è la cosa!”.. In campagna si usavano i soprannomi, infatti. Quello di Elia era Portavia mentre quello di Egidio Pursin.
Il fidanzamento di Elia e Egidio è durato due anni. In quel periodo si sono fatti dei regali. L’anello, la catenina, l’orologio. Quando si sono sposati Elia aveva diciannove anni. In verità, Elia ha avuto altri pretendenti. “Quanta gente mi era capitata, chi faceva il sarto, chi faceva il meccanico… eh, che magari avrei anche cambiato la vita… e però i genitori miei erano fissati”.
Il matrimonio viene celebrato nel 1942. Elia indossa il vestito bianco e la sua famiglia ha la macchina, anzi due. Racconta infatti che “da quanto eravamo serrati nelle macchine a me mi si era rovinato anche tutto il velo. Ho ricordato sempre quello. Dopo quella volta si faceva il pranzo in casa, a casa del marito, a casa di lui”. Gli invitati erano sessanta. Di regali ne hanno avuti molti. Piatti, bicchieri, servizi da tè… ma il viaggio di nozze non l’hanno fatto. D’altra parte per sposarsi Egidio ha chiesto la licenza di un mese. Elia ricorda: “È venuto a sposare. Dopo venti giorni l’hanno richiamato che doveva rientrare”. Dopo il matrimonio Elia è andata a vivere nella casa dei suoceri. Non è stato facile perché “se l’avessero da fare quelli di adesso non lo farebbero sicuro”. Però i suoceri “avevano bisogno a casa. Siccome loro erano pochi, avevano bisogno e…. sposiamo? Sposiamo. E così, insomma”.
Egidio ha fatto il soldato quattro anni.
La prima volta che è andato militare aveva vent’anni. Destinazione Modena. Con il treno. Per la prima volta. Perché… “dove si andava quella volta?”.
Durante la guerra viene richiamato, ritorna a Modena e diventa Attendente del Colonnello, una “fortuna” che gli evita il fronte russo. “Mi hanno richiamato lì. Ma spedivano tutti per… giù…contro la Russia, contro la Russia. Io per buona fortuna conoscevo il Colonnello”. Dalla Russia, infatti, “non è tornato nessuno”.
Egidio non ha ricordi del fascismo e sottolinea più volte “Io non ero di nessun partito”. Anzi quando ero in guerra, nell’ufficio del Colonnello “di me c’era che non ero nel partito ma neanche contrario. Perché arrivavano le notizie di ogni soldato in caserma”.
L’8 settembre del ’43 Egidio è a Genova. “Eravamo sbandati”, racconta. “Ognuno andava.. ecco. Io qualche cosa ce li avevo…di soldi ci avevo nelle tasche. Ho fatto il biglietto, ho preso il treno e sono andato a casa. Però una stazione prima di Bologna e una dopo, c’era il posto di blocco […] I tedeschi. Documenti alla mano. Senta. È verità. Documenti alla mano. Allora siccome che noi eravamo tre, uno di Candelara e due amici miei qui di Fano, c’era una salitina. E andava su un’Ape. Gli abbiamo detto, dove andate? Dice, a Imola. Allora possiamo montare su? Via. Non si sono fermati. Di salto.. quella volta eravamo ragazzi.. di salto su e siamo saliti. Quando siamo prima di Bologna, il posto di blocco. Alt, posto di blocco. Io ero proprio di fuori. C’erano sempre nelle tasche delle lettere. Ho preso una carta nelle mani così. Ha chiesto, per buona fortuna, ha chiesto ai due autisti davanti i documenti. Io gli ho fatto così con la carta nelle mani…invece non era… e niente. Siamo andati… fortunatamente sono ritornato casa”. Nessuno della famiglia sapeva che Egidio sarebbe ritornato a casa, quel giorno, e sua moglie Elia così lo ricorda: “una signora anziana, poretta, ci è venuta ad avvertire. È arrivata e, poretta, non sapeva come partire per dirlo. E poi ha detto, sta arrivando uno sconosciuto. E allora… capirai, noi ci abbiamo dato le mani subito. E difatti lui era lì a duecento metri. Era vicino. Non era venuto oltre. Si era fermato. Eh… ci ha fatto una sorpresa enorme!”.
Tornato a casa, nonostante “quando sono venuto via dai soldati, ci avevo una licenza…una licenza… Dio bono… che dovevo presentarmi dai Carabinieri come arrivavo a casa”, “mi sono nascosto!. Mi sono nascosto! Quando arrivavano i tedeschi, abbaiavano… loro, io nella cantina .. quella volta usavano i tini.. ero li dentro, lì dentro”. Nascondersi non è sempre possibile, tanto che una volta i tedeschi lo scoprono e lo portano “a fare dei lavori… delle trincee facevano”. Erano i giorni precedenti il passaggio del fronte e Egidio racconta: “Non mi hanno fatto passare neanche a casa. Con loro. Siamo passati a Trebbioantico e poi loro… è chiamato Castracane, c’era una villa e allora lì dentro.. sono andati li dentro e lì mi hanno fatto lavorare tutta la notte con il piccone, perché facevano delle trincee. Era su l’alto e loro stavano lì sotto”.
Della guerra Egidio ricorda i bombardamenti su Fano: “c’erano degli apparecchi che lasciavano.. si vedeva quando scendevano. Una volta c’erano due apparecchi. C’era un caccia che… c’era quello da bombardamento e poi c’era un caccia che li ha seguiti. Ostia l’ha buttato giù, l’ha buttato. Ostia. Eh… Ma era bravo! Così. Poi fiùùùù…..andava su….”.
I tedeschi ancora fanno rabbrividire Egidio e Elia. Si impossessano della casa, ammazzano le loro galline e i loro conigli, cercano di rubargli un cavallo “talmente cattivo che non si avvicinava nessuno”. “Quindi ce l’hanno sempre riportato”, sottolinea Elia. “Una volta… avevo Giuliano [il figlio] che aveva otto mesi, abbiamo preso… ci hanno detto che passavano per questo cavallo… abbiamo preso.. in fondo lì .. nel fondo nostro c’era, diciamo il canneto, le canne, non so se ha capito… e lì c’erano delle buche grandi, ha capito? Era un nascondiglio. Abbiamo preso questo cavallo, io davanti, con Giuliano sulle braccia, e lui dietro e siamo andati giù lì. Ma questi tedeschi, figlia mia, ci hanno trovato! Eh … allora li abbiamo visti quando erano sopra noi col la rivoltella sulle mani. Lei pensi se abbiamo avuto paura!” “dopo ci hanno fatto andare su a casa col cavallo e…. Loro hanno preso il cavallo e sono andati via. Non ci hanno fatto niente. Ma la paura, lei si rende conto! Perché potevano anche sparare!”.
Anche Elia si nasconde e ricorda quei periodi con grande emozione. “Si ma quella notte, quando ci hanno preso il rifugio, mi ricordo come adesso. Siamo usciti con Giuliano piccolo, con una borsa di indumenti di un bambino piccolo, no? Ci avevamo… ecco. Le granate che arrivavano le sentivamo fischiare sopra noi”. E ancora: “Io il bambino piccolo… lei lo sa che alla notte anche …questo bambino .. di otto mesi ancora… mi faceva rischiare… non si poteva parlare perché ci sentivano. E insomma, ne abbiamo passati di guai brutti. Per carità, non capitasse pur più.. la guerra…. E poi è andato tutto bene perché… adesso le racconto questa… il marito di mia figlia è ferito che ci ha le schegge addosso che si conoscono ancora”. “Cinque persone sono morte. Lui è stato ferito e il fratello lo stesso. Perché sono due fratelli.. però leggermente. Ma cinque… morti proprio tutti e cinque. Capito? E allora quello.. quello è stato tremendo perché la mia consuocera, poretta, che il marito gli era morto… non c’era a casa, era già morto in Russia. Eh.. si.. ma è morto.. in cinque. Cinque persone. Le hanno portate via con una carretta, con una carretta. Ecco. Quello è stato ancora, ancora peggio. Alle Piagge, alle Piagge è stato. Alle Piagge.”.
Egidio e Elia hanno avuto due figli. Il primo figlio, Giuliano, nasce nel ’43. La figlia, Ivana, nel ’47. Giuliano studia al Don Gentili di Fano e diventa radiotecnico. La figlia, “porettina non ha fatto niente”, sottolinea la mamma. Perché importante era l’istruzione del figlio maschio e a lei l’hanno mandata a imparare a fare le maglie, una scelta che “ancora mi rimprovera”.
La televisione, racconta Egidio, “l’abbiamo avuta presto perché mio figlio faceva quel lavoro lì. È andato a imparare da Don Gentili, ecco, e allora siamo stati uno dei primi a fare la televisione”.
E alla domanda circa il frigorifero Elia risponde: “Il frigorifero non è stato niente… è il fornello a gas! Perché quello è stato il primo!”. Prima c’era il fornello a mattoni che funzionava con il carbone ma richiedeva un sacco di tempo. “Per fare il sugo e per far cuocere la pasta. C’era il camino che si attaccava il caldaio e da lì si cuoceva la pasta e il sugo lì. Ma ci voleva il tempo perché prima accendere il fuoco, e bolli qua, bolli là…Dopo un’amica nostra, vicino proprio lì… poretta molto più anziana di me.. una sera mi chiama giù nel campo… Oh, dice, lo sai cosa è arrivato? Dice, così, così… i fornelli a gas che, dice, adesso non c’è più bisogno di accendere il fuoco. Quegli altri giorni… capirai.. siamo andati a prenderla, a farla subito. Perché era una cosa molto urgente anche. Perché andavi su dal campo a preparare da mangiare.. prima di fare tutto questo lavoro… ma prima quanto ce n’era? Si faceva il maiale con il lardo.. i pezzi di lardo incartato.. si teneva lì. E quello quando andavi su a fare il sugo, tagliavi il pezzetto di lardo e lo battevi fino fino fino e si metteva lì a fare…”.
Nel 1960 Egidio e Elia diventano coltivatori diretti comprando un podere di tre ettari a Bellocchi di Fano, dove costruiscono una casa nuova. Diventare coltivatore diretto è una scelta obbligata perché “Il mezzadro deve spartire tutto… deve spartire tutto il mezzadro. Non rende. Vivevi appena”. I primi anni sono molto duri. Non c’è la luce, non c’è l’acqua e per costruire la casa ci vogliono sette milioni. Elia e Egidio hanno solo un milione e mezzo di soldi a fondo perduto ricevuti dal governo. “Fra di noi si diceva, gliela faremo?”, dice Elia. E Egidio risponde “siccome dopo io piantavo mentre lei, non per dire, ma era brava per andare a vendere.. siamo andati bene”. Molti sacrifici. Alle tre, alle quattro sempre in piedi. “Alla sera, qualche volta, alle undici ancora facevano i platò” Preparavano fino a tarda notte i cesti della verdura da vendere all’indomani in piazza. In piazza ci andavano “D’estate ma anche d’inverno a volte. Perché c’erano le verdure che magari si tenevano all’inverno. Bietole, spinaci, le verze…”. È una vita dura. Però i sacrifici rendono. Tanto lavoro permette a Egidio di comprare un pezzo di terra a Fano dove il figlio costruisce la casa e dove i coniugi Peruzzini oggi vivono.
Nella nuova terra Egidio sceglie di coltivare principalmente ortaggi, perché “ne vendevi di più”, tanto che negli anni ‘70 riesce a guadagnare fino a “dieci milioni con i cavoli”.
La vita dei coltivatori diretti di Egidio e Elia viene interrotta nel suo pieno ritmo a metà degli anni ’80 quando il Comune di Fano gli espropria quasi due ettari di terra per costruire i depuratori d’acqua. Però Egidio non si lamenta. Il risarcimento è buono e Egidio regala i soldi ai figli. “Quando hanno rotto tutto”, racconta Elia, “allora abbiamo durato poco poco. Abbiamo fatto qualcosina ma poca roba, poca. E adesso siamo rimasti lassù noi due, lontani da tutti e mia figlia ha voluto per forza… perché dopo qui Giuliano […] ha fatto.. c’ha tirato fuori quest’appartamentino qui con lui. Perché la terra era la nostra, in più gli abbiamo dato cento milioni. Insomma ci ha fatto un bucanin per la vecchiaia, capito?”
Il primo viaggio Egidio e Elia lo fanno nel ’60. Nell’81 prendono persino l’aereo per andare a Lourdes. Sono molto religiosi, infatti, vanno a messa tutte le domeniche e partecipano alla vita della Parrocchia e alle iniziative.
Egidio e Elia hanno sempre amato ballare e hanno continuato ad andarci anche dopo sposati. “Quattro, cinque volte a Carnevale”, chiarisce Elia. “Mica tutto l’anno! Non si creda perché… no, di Carnevale qualche volta c’erano le feste ricordate e che ballavano.. allora, dice, usciamo un pochino.. se no dove si andava? Io al cinema la prima volta che sono andata ero fidanzata con lui. Mi ci ha portato lui”.
Oggi frequentano il club degli anziani, dove vanno regolarmente a giocare a carte. Egidio ha sempre amato il gioco della briscola e del tresette: anche da giovane frequentava le osterie. Elia invece, da giovane, non usciva mai. “Io mai, mai. Non ho mai giocato. Non avevo manco il tempo. Non… quando avevo il tempo libero.. quante robine una donna c’ha da seguire. Io ho avuto anche…facevo il mercato, avevo Giuliano giovane, alla sera finito di preparare per il lavoro, magari dovevo stirare la camicia, preparare le calze, le scarpe pulite”.
La casa di Bellocchi Elia e Egidio ce l’hanno ancora e ci vanno tutti i giorni, con la macchina. A lavorare la terra e a governare le loro dieci galline. “C’ho il moto coltivatore”, sottolinea Egidio, “pianto un po’ d’insalata. Le robine per casa, insomma”. Egidio è molto fiero di guidare ancora, e sottolinea come quest’anno gli abbiano rinnovato la patente per altri tre anni. Ha cambiato quattro macchine e prima ha avuto il Guzzi, poi l’Ape.
A Egidio è sempre piaciuto il suo lavoro di contadino e si sente soddisfatto. È vero che “il contadino è un mestieraccio …è un lavoro addietrato diciamo. È così. Tanto è inutile. Si dice, uno è contadino e basta”, ma è anche vero che il contadino “c’aveva di più, ecco, ecco. Viveva meglio il contadino che quelli lì”, cioè i cittadini. Per non parlare dei “casanti” che per fame, come puntualizza Elia, andavano a rubare le spighe durante la mietitura, e “le donne venivano a rubare la ghianda e l’erba perché tenevano i conigli”.
Il giudizio di Egidio e Elia sulla vita di oggi è molto positivo, a parte “tutti questi separamenti” e “anche tutti quei figliuoli che ammazzano i genitori. Insomma fanno tutti quei flagelli. Quella è una roba proprio brutta un bel po’, che prima forse…”.

 

Dati intervista
   
< ELENCO NOMI
< ELENCO LUOGHI
Cognome Nome
Peruzzini Egidio
Mestiere svolto
Agricoltore
Data di nascita
3 febbraio 1916
Data intervista
27/04/2007
Luogo di nascita
Fano (PU)
Durata intervista
120 min
Temi principali
Lavoro, Famiglia, Guerra, Affettività, Matrimonio,
Riti e costumi, Politica, Emigrazione

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