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02 / MEMORIA OVER 90
 
LA MINIERA
Ricci Irma nasce a Maiano il 17 settembre 1915. “Mio babbo faceva il minatore in miniera alla miniera di zolfo”, “alla miniera qui sotto” di Perticara. “Faceva proprio il minatore, lavorava tra le mine”. “Lui faceva i tre turni”. Una settimana iniziava “alla mattina alle sei e mezza” e “tornava a casa verso le due, le tre. Poi dopo magari l’altra settimana andava alle tre e usciva a mezzanotte. Poi dopo l’altra settimana” ancora “andava a lavorare, in galleria si doveva trovare alle undici e veniva a casa la mattina. Quei tre turni lì lui li ha sempre fatti per tanti anni”.
Quando Irma nasce la famiglia è numerosa perché nella stessa casa abitano il babbo e i suoi due fratelli con le rispettive famiglie. “Erano tre fratelli, hanno comperato due poderi e poi li hanno divisi in tre. E dopo mio babbo fece la casa perché tutti non ci stavamo. Perché prima eravamo tre famiglie tutte assieme. Noi eravamo sette fratelli. Veramente la mia mamma ne ha avuti dieci, cinque femmine e cinque maschi, ma tre maschi sono partiti. I miei zii ne avevano due per uno. Avevamo una camera ogni coppia e i figli dormivano tutti lì”. Eravamo “come i nomadi che dormono nei campi là. Era una vitaccia”.
A cinque anni Irma inizia a lavorare. Il suo compito è quello di portare a pascolare le pecore. Andavamo “scalzi”, ricorda, “perché le scarpe si mettevano per la neve e basta”. “Intanto che mio babbo costruiva la casa siamo stati assieme con tutti gli altri”.
“La mia mamma lavorava molto”, racconta; “quando ritornavo dal pascolo, lei andava a mungere le pecore, alle undici di sera doveva fare il formaggio e fino a mezzanotte non andava mai a casa”. “Abbiamo sofferto, quella volta si soffriva. Però non era come adesso. Adesso ognuno per conto suo”. “Adesso i figli sono loro che comandano in casa”.
“Io non ho avuto mai i giocattoli. Noi eravamo sette fratelli. Sa cosa facevamo? giocavamo con il granturco, oppure facevamo le bambole con la pula del grano dentro una coperta e con il carbone ci disegnavamo gli occhi”.
“Chi sapeva niente cosa guadagnava” mio padre, racconta Irma. “Lui non metteva niente in casa. Aveva i vizi”. “Aveva le morose”. Anche se “è morto, lo odio ancora adesso io”. “Lo dovrei perdonare” ma non voglio. “Non ho avuto niente da lui io, perché lui voleva i maschi. Invece i maschi se ne sono andati e le femmine sono rimaste. Alle femmine non le voleva. Non le voleva perché dovevano lavorare la terra. Un uomo è più forte”, “ma a noi ci faceva lavorare più degli uomini”. “Veniva a casa, si cambiava, si vestiva e poi andava via”. “Quando ero a casa dovevo badare ai figli anche di lui”. “Mio babbo non se ne interessava di niente”. “Alla prima occasione” ci picchiava e anche uno zio “faceva lo stesso”. “O per un si o per un no si toglievano la cintura, quelle cinture doppie a treccia”. “Io ci ho ancora i segni nella gamba” delle botte. “Così erano anche i mariti con le mogli”. “Mia mamma lavorava e se parlava la picchiava”. Le donne non si potevano ribellare “perché dove andavano?” Non c’era da mangiare al di fuori del mais e della polenta e un maiale doveva bastare per tutto l’anno.
In miniera non c’era sicurezza, ricorda Irma, e “c’erano tante disgrazie”. “Io, quando sentivo la sirena pensavo “ce n’è rimasto un altro””. “Una volta, era il 15 agosto, ce ne sono rimasti quindici”. “Una volta è morto bruciato un uomo vivo perché non sono riusciti a liberarlo”.
“Sono andata a servizio in Ancona” da ragazza. “Sono andata via a quindici anni e sono tornata a venti”. Sono andata a servizio perché “volevo farmi un tantino di corredo”. “La mia famiglia, infatti, non mi ha dato nient”e. “Mio padre non mi ha dato una scatola di fiammiferi e non è che non ce li aveva i soldi ma gli servivano per le altre cose.” “Anche le mie sorelle sono andate a servizio. I maschi no”. “Sono andata in Ancona con uno che era ingegnere della Montecatini”. “Adesso i signori li trattano bene i servitori, ma quella volta io dormivo sotto un sottoscala”. “Come la cuccia del cane. Ma le cucce del cane adesso sono case dei principi”. “Dovevi lavare, andare a fare la spesa, far da mangiare, pulire la casa e la signora dormiva fino a mezzogiorno. I figli li accompagnavo a scuola quando io andavo a fare la spesa”. “Ho fatto tanta fatica e poi non mi dava mica la libertà di andare fuori”. “Mi vestiva come la balia, con il grembiule bianco, il colletto bianco, un vestito con le maniche lunghe anche in estate”. “Eravamo tutte così”. “Del mio paese eravamo una decina”. Con la paga “mi vestivo, mi compravo qualche capo, qualche lenzuolo”, “in poco tempo mi sono fatta un po’ di roba”.
“Intanto ho conosciuto mio marito. Poi lui è partito per l’Africa e là si è ammalato e è stato in ospedale a Caserta per un sacco di tempo. Io non lo sapevo”. “Io ero via. Lui era tanto che era all’ospedale a Caserta ma io non lo sapevo”. “Quando lui è venuto via, che è stato congedato, mi è venuto a trovare e mi ha detto “io mi vorrei sposare perché tanto in famiglia, con i miei non andiamo. Sarà meglio che ci sposiamo e andiamo ad abitare in casa del mio babbo. Che ha detto che me la dà””. Ci siamo sposati il 24 aprile 1937. “Quando mi sono sposata, il Duce dava circa cento lire. E ci siamo sposati, diciassette coppie al Comune. Siamo andati giù a Novafeltria. Ci ha sposato il Vescovo di Pennabilli”. “Mi hanno dato due tazze di caffè latte, con il suo cabaret”, “poi io sono andata a mangiare nella piazza di Novafeltria che c’era un alberghetto”. “La prima volta che ho mangiato i cappelletti li ho mangiati lì”. C’era anche “un’altra coppia, perché eravamo due amiche che eravamo tutte e due in Ancona a servizio”. “Ci siamo sempre fatte da amiche e ci siamo sposate allo stesso giorno. Poi alla sera abbiamo fatto qualcosa a casa di mio marito”. Dopo il matrimonio “siamo venuti ad abitare qui”, che era la casa del mio suocero e “pagavamo trenta lire al mese”. “Mio suocero faceva il contadino” per la Montecatini. Poi è venuto “che la Montecatini doveva fare degli uffici per gli impiegati e la casa dove vivo oggi l’ho ottenuta a fatica”. Una signora, infatti, ha convinto l’azienda a dargli una stanza “e io, in quattro e quattro otto, sono venuta dentro, l’ho pulita”, ho messo subito i mobili “qui, perché avevano sparso la voce che sarebbero passati dalla finestra”. Non mi freghi “ci vado io prima”, ho detto. “Ho dormito qui subito subito e da quella volta ci sono rimasta”. “Dopo qualche giorno dal matrimonio”, aggiunge Irma, “mi sono accorta che mio marito respirava male”. “Poi dopo ho sofferto sempre” e “l’aiuto non l’ho avuto da nessuno tranne da mia nonna, che veniva di nascosto da mio babbo”.
“Poi dopo è venuta la guerra”. “Io di Mussolini posso dire questo. Lui lo sbaglio che ha fatto è che si è messo con Hitler. Quello lì non glielo perdono. Però lui ha fatto tante cose”. “Il fratello del mio secondo marito è stato prigioniero in Grecia, gli si era forato un polmone”; “Poi è stato a Venchiazzano, che sarebbe Forlì, chi l’ha fatto quell’ospedale? L’ha fatto Mussolini”.
Nel 1943, Irma inizia a lavorare come postina. “È stato così. Siccome mio marito non poteva lavorare più in miniera perché lui aveva l’asma e non poteva respirare quel gas, allora quelli dei mutilati gli hanno dato il posto. È andata via una che si è messa a fare la sarta per quanto guadagnava qui. Si guadagnava 90 lire quella volta”. “Hanno chiamato lui per darci questo posto”, ma come faceva “a portare una borsa sulla schiena e un sacco di giornali?” “Allora mi hanno messo come supplente”. “Dopo lui è morto e il lavoro è rimasto a me”. Lui è morto il giorno dell’epifania del 1945. “Siamo stati assieme sei o sette anni”. “Allora è successo che andavo via sempre in giro così, avevo i bambini, c’era una vicina che me li guardava, ho tirato avanti così”.
Durante la guerra, racconta Irma, “arrivavano tante lettere perché erano tutti soldati. Venivano qui, le donne, venivano qui sotto. C’erano sempre venti, trenta donne. C’è per me la posta? C’è per me la posta? La signora, la padrona non voleva, perché dovevo andare a portarla alle case la posta”. Ma quelle donne avevano fretta di sapere. “C’era quella volta che c’era e quella volta che non c’era” la posta. “Rimanevano male”. “Sono morti dei soldati di qui”, “e quando portavo quelle notizie lì ero uno strazio”. “A qualcuno la lettera gliel’ho letta perché erano tanti quelli che non sapevano leggere”.
Nel suo lavoro di postina, ricorda Irma, diventa la confidente del paese e anche la depositaria dei segreti più scabrosi. C’erano tanti uomini, infatti, che avevano le amanti che gli scrivevano delle lettere e lei non poteva dire niente alle mogli perché “quando io ho preso il lavoro, mi ha chiamato il Comune, mi hanno fatto giurare il segreto professionale e non potevo parlare neanche in casa”. “Io ho avuto tanto da fare con quelle cose lì”, “perché dovevo stare attenta”. “Capivo che non andava bene ma dovevo farlo”. Quando c’erano la ferie, infatti, gli uomini andavano a fare le cure. “Andavano a Montecatini, andavano a Salsomaggiore, andavano a Acqua Santa” e lì “si facevano la morosa” che dopo gli scriveva. “E io che dovevo fare? Mi avvisavano. Mi dicevano, Irma, mi raccomando deve arrivare una lettera così così. Non la portare a casa mia. Me la dai quando mi vedi”. “Un giorno, era uno che stava qui. C’era un comizio, i primi comizi che facevano. Allora erano tutti comunisti e arriva una lettera da dare a questo”. “Sopra la lettera c’era scritto, sue proprie mani”. “Quando lui la viene a prendere si mette a leggere la lettera sul portone”. Le figlie stavano giocando, facevano la righetta. Una figlia lo ha visto leggere, “va a casa lo dice a sua mamma”. “Era di Domenica, lui aveva fatto una sbornia e lascia la lettera nella tasca della giacca. Il giorno dopo la moglie la trova e legge le dolci paroline”. “Non viene da me a sgridarmi che gliela dovevo dare a lei?” Gli ho risposto “arrangiati con lui, non con me”. La padrona poi mi ha consigliato di andare dai Carabinieri a denunciarla e così ho fatto “e sicché ogni tanto c’erano queste batoste”. Solo una volta ha trasgredito Irma. Ha consegnato una lettera “proibita” indirizzata al maestro della miniera, alla sua fidanzata. “L’ho fatto perché mi dispiaceva per quella ragazza, era una bella ragazza. Non meritava questo trattamento”. “Io sapevo chi era l’amante”. Grazie a me, però, alla fine “questi due si sono sposati” “Io non credo di aver fatto male” ad aver “fatto quel lavoro lì”. “Molte donne”, aggiunge Irma, “lo sapevano che i mariti le tradivano, ma non facevano niente perché prendevano anche le botte se provavano a ribellarsi”.
Irma portava anche la stampa durante il suo lavoro di postina. Un giornale si chiamava Tempo Libero, ricorda; poi c’era La Gazzetta dei lavoratori e Due più due. Allora “li portavo a casa mia” i giornali, facevo tutti gli scomparti a seconda delle zone e poi andavo da famiglia e famiglia.
“Io ho avuto, col primo marito, tre di figli”. “Due femmine e un maschio. Dopo un po’ mi sono risposata”. “È successo così. Lui si chiamava Clemente Gori e lavorava con mio marito qui sotto alla miniera”. “Allora erano amici loro. Veniva anche a casa nostra”. “Dopo è venuto che lui è morto, è venuto a trovarmi, sapeva che non avevo da mangiare, me ne portava. Perché era vedovo lui. Aveva un figlia che è in Francia adesso, si chiama Anna. Lui stava in famiglia con i genitori e i fratelli. Erano contadini della Congregazione di Sarsina, a Sapigno”. “E lui si era stufato di stare lì perché lavorava in miniera” e quando tornava a casa doveva lavorare i campi. “E allora, una parola oggi, una parola domani, una volta mi porta la legna, una volta mi porta il prosciutto, un’altra volta mi porta un’altra cosa, ci siamo messi assieme”. Ho detto “in Comune no, però in Chiesa si. Siamo andati da questo prete che era del suo paese una sera, abbiamo preso una scusa con il vicinato. I miei figli li ho portati dalla mia mamma e noi ci siamo andati a sposare. Ma a piedi ad andare vicino a Sarsina”. Dopo il matrimonio “ci fanno un piccolo rinfresco” e a un certo punto ci dicono che nevicava. “Come apro la finestra per guardare la neve che la neve non c’era, mi avevano fatto la scampanata. Avevano tutti gli oggetti, perfino i piatti che adoperano” e i campanacci. “Hanno fatto un complotto” “Ce l’hanno fatto fino a casa”. “E nessuno sapeva qui che noi ci sposavamo”. “Perché avevo paura di questa scampanata. Non me l’hanno fatto i marchigiani, me l’hanno fatta i romagnoli”. “Lui voleva bene ai miei figli. Siamo stati assieme quindici anni”. “Lui aveva sei anni più di me”. “È morto a 55 anni, di cirrosi perché lui, nella miniera, faceva l’arganista. Poco distante da lui c’erano i calcheroni dove mettono tutta la pietra che poi dopo la fanno sciogliere. Faceva quella fiamma azzurra, quel gas lui l’ha respirato tutto”.
“La Montecatini”, racconta Irma, “faceva grandi ingiustizie”. “C’erano i sorveglianti, i caporali, i caposquadra, c’era il perito, c’era il geometra, loro erano tutti giù avevano la casa gratis. Avevano la casa, la luce, la legna, avevano tutto. Gli operai” invece, “che stavano nei paesi qui d’intorno, che venivano anche da Urbino a lavorare qua, venivano in bicicletta, quelli non avevano niente”. Erano mille cinquecento gli operai, ogni galleria e ogni reparto aveva il suo nome, e alcuni lavoravano in gallerie dove dovevano stare per otto ore dentro l’acqua. La mattina qui a Perticara c’era un gran fumo nero che saliva dalla miniera, un fumo che bruciava la campagna vicino tanto che a qualcuno la Montecatini doveva dare un indennizzo.
Dopo la guerra “si disperavano che chiudeva la miniera”, ricorda Irma, ma io pensavo “lascia che si chiuda così non muore più nessuno”. “Hanno fatto tanti scioperi in quel periodo”, racconta. “Negli scioperi che cosa succedeva? Si tiravano i sassi”. Gli operai litigavano con i sindacati perché loro “tenevano alla Montecatini”, mentre gli operai difendevano i loro diritti.
Dopo la guerra “c’è stato il benessere ma il benessere gli ha tolto la vita troppo presto. Sono morti giovani”. Quando la miniera ha chiuso, infatti, i minatori sono andati fuori e guadagnavano bene, hanno rifatto le case. “Solo che non sapevano nemmeno loro dove lavoravano. Sono andati a lavorare nei posti dove c’era l’acido”. “Hanno lavorato nelle vernici”. Gli uomini sono partiti tutti”. “Sono morti tutti”. Perché in quei posti “gli prende subito il cancro alla persona e muore. Non c’è niente da fare”. Solo le donne sono rimaste. “Io ho passato i novant’anni ma almeno ho goduto l’aria, l’aria buona qui”.
Irma ha fatto la postina dal 1943 al 1982. “Io per dodici anni sono andata a piedi, poi dopo” “la prima Lambretta che è venuta a Perticara, che era una 125, l’ho presa io. La pagavo a rate, dieci lire al mese”. È stato difficile imparare perché “c’erano dei sassi così” grandi lungo la strada; “una volta sono caduta e mi si è aperta la borsa con tutte le lettere da portare”. “Ho avuto la 125, poi dopo ho avuto la 150”, poi un’altra, “poi ho preso la macchina. La Cinquecento”. “In quindici giorni” ho preso la patente. Era una Cinquecento usata. “Dopo un po’ ne ho presa un’altra. Ne ho preso una nera. Una cinquecento così bellina”. Poi ho avuto un incidente che sono finita in un campo. “Per fortuna che quel campo era stato lavorato. Era molle. La mia macchina si è incastrata lì e io non mi sono fatta niente”. “Dopo ho preso la 126. Con questa macchina”, racconta Irma, “mi ha portato sfortuna una signora qui di Perticara che faceva la parrucchiera, perché due volte le ho dato un passaggio, due volte ho avuto un incidente”. “Allora gli ho detto a questa qui “mi hai portato sfortuna”, non ti porto più”. “Io ho avuto sempre la vita travagliata”.
Il 2 giugno del 1946, Irma se lo ricorda. “Allora si votava qui in piazza che c’era il teatro,. Ma allora c’era il Partito d’Azione” e il Movimento Sociale. Per la Costituente ho votato il Partito d’Azione “perché il giorno prima hanno fatto una gran riunione con tanta gente” e “mio zio, il fratello della mia mamma era il capo” Però dopo “quando si è votato di nuovo, non gliel’ho dato più a lui. L’ho dato a Almirante”. “Non mi piaceva il partito d’Azione”. “Ho avuto la tessera del Movimento Sociale per cinquanta anni, perché mio marito era uno di quelli, il primo. Era fascista”. “Io per cinquanta anni ho pagato la tessera”.
Le tre figlie di Irma hanno studiato a Rimini dalle suore, mentre il maschio è stato in seminario a Pennabilli, “perché avevo anche io un po’ di ambizione”. Li volevo fare studiare.
Oggi Irma frequenta il centro sociale l’Orchidea. L’ha sempre frequentato e in passato ha organizzato tante gite. “Chiamavo un autista che c’aveva la corriera”, “si faceva il contratto”, ognuno pagava per se e via. “E poi c’era anche il regalo per l’autista”. “Siamo stati a Lourdes, siamo stati a Pompei, siamo stati a Capri, Napoli, la Madonna nera”, in Polonia e in molti altri posti. “Facevamo delle gite che non le dico”.

 

 

Dati intervista
   
< ELENCO NOMI
< ELENCO LUOGHI
Cognome Nome
Ricci Irma
Mestiere svolto
Postina
Data di nascita
17 settembre 1915
Data intervista
26/06/2007
Luogo di nascita
Maiano, Sant'Agata
Feltria (PU)
Durata intervista
120 min
Temi principali
Famiglia, Matrimonio, Lavoro, Politica, Guerra, Affettività,
Riti e costumi

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