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02 / MEMORIA OVER 90
 
SI MORIVA DI FAME
Rovelli Pietro nasce il 6 febbraio 1913 a Bottacciolo di Pergola, direzione Belisio Alto. “Eravamo diciassette persone con tre getti”. “Mio padre, i suoi due fratelli, le moglie e tutti i figli. Mio padre ne aveva quattro di figli. Più grande di me io ci avevo una sorella, poi” c’erano “Giuseppe e Marino”. “Nella mia famiglia erano contadini a mezzadria, racconta Pietro”, e “eravamo sotto Mochi di Cagli”, “una famiglia proprietaria di quattro fondi e di una sessantina di ettari. Il nostro podere, racconta Pietro, era grande ma scomodo. Infatti, abbiamo cambiato e siamo andati sotto Camilletti di Pergola”. “Ultimamente eravamo sotto di Bruschi”. “Dove eravamo ultimamente era sui venti ettari”.
“Durante la prima guerra mondiale, racconta Pietro, è morto mio zio e il marito della mia futura moglie. Non c’era una casa dove non c’era un morto in guerra”.
“Io, quando sono partito da Bottacciolo, avevo dieci anni”. “Sono stato una sessantina d’anni qui a San Pietrello, Grifoleto, sopra il cimitero di Pergola”. “Abbiamo cambiato perché quella volta, quando eravamo qui a Bottacciolo, era un podere scomodo. Senza acqua, senza strade e senza niente” L’acqua, “la povera mamma, poretta, andava a prendere un orcio quaggiù vicino al fiume” “con tutti i figliuoli di dietro”. “Quella volta c’erano gli orci che pesavano più vuoti che non pieni”.
Tutti lavoravano in campagna, anche i bambini, ricorda Pietro. “Ci avevamo un branco di maiali, un branco di pecore, il podere scomodo” e “da bambino, non avevo neanche sei anni, cinque, mi mandavano a governare” “le oche, le ochette, le anatrelle”. “Dovevamo fare il nostro compito perché quelle volte menavano ai bambini”, ricorda Pietro, “maggior parte la mamma”. “Mio padre era severo”, “tante volte ti guardava. Diceva, se ci arrivo”. “La gente ci veniva ad aiutare a fare i lavori di campagna”, aggiunge Pietro. “A casa mia ricoveravano i vecchietti che ci venivano a giornata e noi monelli ci giocavamo”. Lavoravano il giorno per mangiare un piatto di minestra. Si allevavano anche i bachi da seta, “quando ero ragazzo”, ricorda Pietro, “anche se ci sono stati anni che sono morti tutti”. “Dopo c’era la filanda che era a Pergola e li andavamo a vendere là”.
“Era mio padre il padrone della famiglia e toccava stare zitti”. “Lui comandava anche su mia madre e lei non poteva dire niente perché era soggiogata quella volta la donna”.
“Noi ragazzi pensavamo di stare allegri”. “Si giocava a bocce, a boccette”. “Andavamo per queste macchie con le pecore”, “facevamo le buche”, ma “dovevamo stare attenti se no i maiali o le pecore andavamo a fare danno”. “Una sera mi hanno mandato a letto senza cena”.
C’era “la miseria grossa e l’allegria tanto” a quei tempi, sottolinea Pietro. La sera si vegliava e quando si facevano le feste in campagna, “mio zio suonava l’organetto e si ballava la furlana”.
Del periodo del fascismo, racconta Pietro, “io mi ricordo sempre che mi diceva il poro mio padre, quando andavo a scuola, che la scuola ne ho fatta poca, quella volta c’era da badare le pecore, non vi iscrivete da nessuna parte, non vi segnate in nessun posto. Mi raccomando”. “Invece il poro mio fratello, lui era del ’15, mi sa che lo ha fatto”. “Noi abbiamo dubitato lì perché “avevamo visto che una volta era venuto a casa col fez. Oltretutto,lui è stato preso prigioniero in Grecia”, dopo “ha scritto che ritornavano in Italia. Ma quando sono stati a Bari, tanti sono ritornati a casa, gli amici suoi” ma lui “l’hanno fatto prigioniero a Taranto e io penso perché lui era iscritto”. “Perché li trattavano peggio che all’estero”. “Quella volta, mi ricordo che sono andato a trovarlo in treno e gli ho tirato da dietro il cancello una fila di pane; fortuna che dopo un mese è tornato a casa”.
“A casa non si parlava di politica”, racconta Pietro, “ma mio padre era un socialista”. “L’ho perso che non avevo neanche vent’anni”. “Era un vero uomo, un padre come lo sono stato io per i figliuoli”. È morto l’8 gennaio del 1934. “Abbiamo fatto di tutto per poterlo salvare e non sapevamo che malaccio era”. “Noi pensavamo che gli avessero fatto il malocchio e abbiamo chiamato, confessa Pietro, anche più di un guaritore. Ci dicevano che non era niente e ci davano consigli alimentari”. “Una volta abbiamo scavato un greppo per fargli mangiare la broda della gramaccia”. “Però ci venivano anche i medici, il dottor Brunella di Pergola, prima e il dottor Ginevra di Cagli, dopo”.
Pietro conosce Elena, la sua futura sposa, al tempo della scuola. “A mia moglie si può dire che l’ho tirata su io”. “Aveva tre anni meno di me”. “Quando stavamo qui a Bottacciolo, infatti, mia zia aveva una parente che si sposava, e noi monelli siamo andati con lei a portare il regalo”. “Allora lì ho visto “questa monellina con una treccia mora”, che però piaceva a parecchi. “Alla fine, però, ha scelto me, perché sono stato svelto, le ho fatto la dichiarazione quando aveva sedici anni”. “La mamma non voleva, però io le ho detto, parla proprio lei che ha cominciato a fare l’amore a quindici anni? Non siete contenta di me o della famiglia mia? Alla fine la famiglia si è convinta e ci siamo sposati il 27 dicembre del 1936”.
Pietro ricorda bene quando Mussolini è entrato in guerra. “Ho pensato che era un delinquente”. “Perché ancora non era vent’anni che c’erano le ossa dei nostri padri”. “Sul Montegrappa c’erano ancora gli elmi”. “Ma che Mussolini o Badoglio, noi eravamo forzati”, commenta Pietro. “A che cosa è servita questa guerra? Per distruggere l’umanità .figliuoli, bambini, case. Ha portato via le fedi alle donne, ma dimmi te? Non è una vergogna?” “sono partito da casa da contadino, avevo diciotto bestie. Sono tornato, tre ne ho trovate”. “Le vacche, i vitelli, se li sono portati via tutti. Perfino le oche, i maiali, quello che trovavano i tedeschi”
“Quando mi hanno richiamato, racconta Pietro, mi è arrivata la cartolina. Non so chi l’ha portata”, “so che l’ho trovata a casa”. “In quel momento ho pensato di non andare e poi anche la mamma, però poi mi sono fatto coraggio a partire, se no mi mandavano a prendere”.
Pietro è stato in guerra sei anni. “Sono partito del ’40 e sono tornato del ‘46”. “Prima dell’armistizio ero di presidio in Yugoslavia, con la decima compagnia della fanteria”; dopo l’8 settembre, “tre anni e mezzo di prigionia ho fatto” a Vienna. “Prima coi tedeschi, poi ultimamente con i Russi”.
“In Yugoslavia”, racconta Pietro, “io ero nel reparto che rifornivo la munizione”. Nel luglio del ’43, “avevo avuto la licenza che era tanto che non venivo più a casa”. Quella licenza era stata un piacere di un sottotenente di Modena che aveva incontrato; “se ci penso oggi”, commenta Pietro, “se non ero tornato a casa, magari tardavo quindici giorni o venti, potevo essere ancora in Italia a settembre e scampare la prigionia. Comunque sia, quando sono tornato da quella licenza, continua Pietro, “il battaglione mio era in rastrellamento. Quando ero lì parte la camionetta per portare da mangiare e mi portano a raggiungere il battaglione. Quando arrivo lì mi fa il tenente di compagnia, “Rovelli, dato che sei qua, devi portare un messaggio alla decima compagnia. E dove si trova? In quel bosco là? Ma proprio a me? Rovelli, non ti puoi rifiutare”. Parto. Non faccio manco venti metri. Una raffica di mitraglia. Perché il nemico là non sapevo dove era”. “Mi sono buttato a terra e sono ritornato. Poi ci siamo spostati. A un certo punto troviamo un paesino tutto incendiato, entriamo in una casa una bella sposa, sul letto, morta”. “È stato un gran dolore”, commenta Pietro, “anche perché anche noi italiani, non ci siamo comportati bene con la popolazione civile, specialmente con le donne”. O meglio, “noi ragionavamo, ma i fascistoni poco”.
Dopo l’8 settembre 1943, Pietro diventa prigioniero dei tedeschi. “Da amici che erano sono diventati nemici”. “Non sono potuto scappare. Coi hanno messo nei vagoni aperti e quando siamo stati a Belgrado, hanno chiuso i vagoni. Siamo arrivati a Vienna. Poi siamo entrati là dentro. C’era un cancello, una fila di baracche, una sozzeria che metteva paura”. C’erano i letti a castello con la paglia tritata. “Ci hanno rasato che non ci riconoscevamo l’uno con l’altro”. “Ogni tanto moriva qualcuno e vedevamo queste carrette che portavano i morti”. “Mi ricordo che si moriva di fame”, “i primi quindici giorni non so come sono vivo perché non ti davano niente.” “Passavano con un bidone, un mestolo di scorze di barbabietole” e “patate con la terra attaccata”. “Io ero con un amico mio, un certo Luzi, al quale ogni mattina dicevo, Luzi qui si muore”. “Dopo sono andato dalle Ditte a lavorare, a carbone, a patate, a tutto”, “io parecchi mesi ho lavorato in una stazione di carbone”. “Lì c’era un vecchietto che si chiamava Roberto al quale dicevo: “Dammi da mangiare se no non posso lavorare” e c’era la moglie, Giovanna si chiamava. Era una donnetta tanto brava. Mi dava quel pezzetto di pane”. “Mi ricordava una vecchietta che veniva da noi quando ero piccolo”. “Una volta”, racconta Pietro, “ero andato a lavorare a patate”, mi ferma un austriaco e mi dice, “tu Hitler? Zitto. Tu fascista? Zitto. Tu Badoglio? Zitto”. Dopo un po’ che continuava, gli ho risposto Badoglio e lui “mi ha dato una cinghiata”, che “io mi sono buttato per terra come un cagnolino. Non mi ammazzare, gli ho detto”. “Ci ho due figliuoli, fammeli rivedere”.
“Durante quel periodo”, prosegue Pietro, “scrivevo a casa ma le lettere sono arrivate dopo la guerra”, “e quanti viaggi aveva fatto la pora moglie” a vuoto. “La mia famiglia, infatti, pensava che fossi morto, perché per tre anni non è mai riuscita a avere mie notizia”.
“Dopo i tedeschi”, spiega Pietro, “sono stato fatto prigioniero dai russi”. “Meglio coi russi, perché i russi non ci avevano, ma quello che ci avevano ti davano”. “Quando m’ha preso i russi non lo so come sono vivo”. “Mi ricordo che noi eravamo nascosti perché se ti prendevano le SS non ti perdonavano e stavamo in un fosso, quando sono uscito fuori, per prendere quel poco di stracci che avevo, ho sentito una raffica di mitraglia, perché loro pensavo che avevo nascosto un’arma. I Russi ci hanno preso all’inizio del ’45 e ci hanno portato vicino al Mar Nero, trentadue giorni di treno, mi ricordo”. “Lassù ci siamo stati quattro, cinque giorni, manco. Tutta una volta, ritorniamo indietro, ritorniamo giù a Budapest”. “Ci dicono che saremmo tornati in Italia e che ci imbarcavano lassù perché più in giù i ponti erano tutti rotti. A Budapest ci siamo stati una quindicina di giorni, poi hanno risanato un po’ i ponti”, “tutti sul vagone ci hanno caricati e abbiamo attraversato il Danubio”. “Quando siamo arrivati al Brennero, due o tre, pori figliuoli, non c’era posto, sono montanti sopra” il treno, “hanno trovato qualche filo della luce, della corrente, e sono morti fulminati”. “In Italia, siamo scesi a Verona, dove mi ricordo”, spiega Pietro, “che c’erano delle famiglie che chiedevano notizie dei loro mariti, dei loro figliuoli, se potevamo sapere qualcosa”. “Lì ci hanno tenuto due o tre giorni per farci le visite mediche, anche se tutti dicevamo che stavamo bene, perché non vedevamo l’ora di tornare a casa, invece tutti stavamo male”. “Poi io e Luzi abbiamo perso il treno da Verona fino a Senigallia” e lì, racconta Pietro “sono stato su una pedana” “perché non c’era più posto”. “Quando siamo sbarcati a Senigallia, è passata una camionetta, uno di Belisio basso, ma non c’era il posto per andare su, allora gli abbiamo dato la sacca dei panni, chiedendogli di lasciarcela dietro il parapetto del ponte Gentilizi”. Poi “da Senigallia a venire a Pergola, a piedi, fino a che non ci ha caricato un carretto con il cavallo che andava a Frontone. Poi a San Lorenzo, Luzi ha continuato con il carretto e io sono salito su un camion che andava alla miniera. Ero molto preoccupato per la mia famiglia lungo la strada”, confessa Pietro, “pensavo cosa troverò a casa? Troverò più nessuno?”; “oltretutto a Senigallia la sora Laura, una donna che conoscevo, mi aveva detto qualcuno della mia famiglia era morto. Per fortuna poi ho incontrato un parente, Angelo, che mi ha detto stai tranquillo, c’è tua moglie alla fonte che ti aspetta”. “Lei infatti era stata avvertita da una signora di Pergola che aveva incontrato quelli della camionetta”. “Sono partito da Senigallia alla mattina alle sette e mezzo, sono arrivato a Pergola che erano le una”. “La guerra mi aveva ridotto male”, commenta Pietro, “pesavo 44 chili. Della mia famiglia però, tre eravamo in guerra e siamo tornati tutti vivi”.
Dopo la guerra, abbiamo iniziato a litigare in famiglia, racconta Pietro. “Quando manca tutto non si va più nemmeno d’accordo”. “Le bestie non si sono più trovate, da mangiare ce n’era poco, i quattrini scarseggiavano”. Dicevo: “ci siamo salvati dalla guerra, adesso ci deve essere una guerra in famiglia”. “Allora sono andato dal padrone a dirgli che me ne andavo. Il padrone mi ha detto”ci penso io, ti aiuto io””. Poi “abbiamo tirato avanti fino all’80”. “Ci ha dato pochi quattrini, ma ci ha dato coraggio”. “E mi ha voluto bene, tanto lui, quanto il figliuolo che ci aveva, perché lui era stato sfollato a casa nostra”. Dopo l’armonia è tornata “e ci siamo sempre rispettati”. “A quel punto, il capo famiglia ero io, anche se ci avevo un cugino che era del ’12”. Pietro ha avuto due figli.

 

Dati intervista
   
< ELENCO NOMI
< ELENCO LUOGHI
Cognome Nome
Rovelli Pietro
Mestiere svolto
Contadino
Data di nascita
06/02/1913
Data intervista
31 luglio 2007
Luogo di
nascita
Pergola (PU)
Durata intervista
90 min
Temi principali
Famiglia, Guerra, Lavoro, Matrimonio

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