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02 / MEMORIA OVER 90
 
STAI ATTENTO A TUA SORELLA
Succi Maria nasce il 9 luglio 1912 a Villa Verucchio, in provincia di Rimini. Maria è la quarta di cinque figli. “Mio babbo aveva una bottega e la mia mamma l’aiutava insomma. Era un genere alimentari. Mi ricordo che la mamma era brontolona perché aveva più da fare, invece mio babbo prendeva le cose come sono”.
Maria, da bambina, ha passato molto tempo nel negozio. Alla mattina, quando si vendevano le penne e le matite per la scuola, lei stava al banco. “Io giocavo in mezzo alla strada” racconta, “ma mi dicevano sempre “Maria vieni dentro”, così delle volte scappavo. Quando facevo l’asilo non portavamo le scarpe. Stavamo sulla strada scalzi”.
“I contadini erano clienti e con loro si parlava” spiega Maria. “Quando venivano al negozio segnavano perché ce n’erano pochi di soldi. Dopo pagavano quando prendevano o vendevano qualche cosa”. C’era povertà quella volta, ma le famiglie non morivano di fame. Quando qualcuno entrava nella loro bottega a chiedere l’elemosina “gli si dava due soldi”.
“La nostra famiglia era comunque più agiata rispetto ai contadini” puntualizza Maria; non a caso, i figli dei contadini andavano a scuola fino alla seconda o la terza elementare, invece “noi abbiamo tutti studiato. Il mio primo fratello ha fatto ragioneria, il secondo le scuole medie poi è entrato in banca, il terzo l’imprenditore e io e mia sorella più piccola le scuole medie”.
“Io” racconta infatti Maria, “ho fatto le medie in privato dalle suore in un Collegio di Rimini. In questo collegio c’era un po’ di rigore e Suor Giovanna mi metteva molta soggezione, perché non si poteva dire non mi piace. Anche mia sorella, di due anni più piccola, c’è stata dopo di me. Si tornava a casa solo per le feste, anche se i miei fratelli più grandi mi venivano a trovare e mi portavano i dolci che mi sono sempre piaciuti”. Da Villa Verrucchio a Rimini ci si spostava con il cavallo. “Ci venivano a prendere con il biroccino e il cavallo. Quella volta era un lusso avere il cavallo. Si chiamava Sarna la cavalla. A me piaceva studiare ma anche fare la donna di casa. Difatti, a Villa Verrucchio, da ragazzina, sono andata a imparare a dare il punto da una sarta. Non per fare il corredo, perché a quello ci pensavano delle donne specializzate”.
Tutte le domeniche la famiglia di Maria andava alla Messa, “I ragazzi andavano alle undici e la mamma e il babbo andavano la mattina alle sette”. Si andava in orari diversi, “i ragazzi andavano più tardi anche perché c’era una messa più gioiosa dove suonavano e cantavano”. Il rosario, invece, si diceva tutti insieme “solo al tempo dei morti, non tutto l’anno”.
“Ai miei tempi” aggiunge Maria, “era più importante Verrucchio e a noi che abitavamo alla Villa ci tenevano giù”. Gli abitanti di Verrucchio, infatti, erano più istruiti “ne sapevano di più, insomma”, mentre “c’era più ignoranza a Villa. Da noi lavoravano e basta. A Verrucchio si andava a pagare le tasse lassù e basta, perché le fiere si facevano da noi a Villa il martedì. Lì si vendeva un po’ di tutto, anche le bestie”.
Tra le famiglie “c’era più simpatia (di oggi) e alla sera si facevano le veglie. Delle volte, quando facevano le veglie, veniva anche la mamma, che dopo si trovava con quelle donne, insomma, amiche”.
Allora il ballo era il divertimento più grande. “C’erano delle case di signori, avevano dei magazzini liberi, allora facevano delle feste lì. Mi accompagnava sempre qualcuno, o la mamma o i fratelli. Di solito, c’era qualcuno con l’organetto che suonava e solo di Carnevale si chiamavano le orchestre a pagamento. Quando qualcuno mi chiedeva di ballare e a me non piaceva gli dicevo: “adesso sono un po’ stanca”. Ero un po’ bugiarda”.
“La libertà non c’era quella volta” commenta Maria “e i miei genitori ci tenevano alla regola. Ad esempio, ci insegnavano che era peccato darsi un bacio, che non era una cosa retta, insomma”.
“Al cinema da giovane” ricorda Maria, “ci sono andata poco perché bisognava arrivare fino a Rimini. Una volta mi hanno portato i fratelli, ma che confusione. Non capivo, non c’ero mai stata. “Adesso viene fuori una figura là”, mi dicevano, “Come fanno?” Io credevo che fosse come un teatro. “Dopo ho capito un pochino.
Maria ricorda che durante il Fascismo, nella bottega su padre commentava con i clienti i fatti della politica. “Io il fascismo l’ho vissuto insomma, ma non siamo andati a segnarci. L’abbiamo deciso per prudenza perché, dicevano: “non si sa come si va a finire”. Per noi, il punto di riferimento era la religione e basta”.
I discorsi di Mussolini Maria li ascoltava “da quei signorotti che l’avevano presa (la radio), perché la radio era un lusso e ce l’avevano in pochi”.
“Ho avuto parecchi pretendenti” racconta Maria. “Ero giovane, ero anche un buon partito e quella volta pensavano anche ai soldi. Il mio primo marito l’ho conosciuto per una festa il Giovedì Grasso. Avevamo una terrazza, si stava lì, “Chi è quel ragazzo lassù” ho pensato. Era di Savignano e aveva nove anni più di me. Dopo abbiamo fatto un gruppo, abbiamo parlato, e così mi ci sono fidanzata e mi sono sposata con quello dopo un anno”.
“Io ero grandina” racconta Maria, “ero sui venti. Quando mi ha fatto la dichiarazione è venuto piano piano in casa, è venuto a parlare con i genitori e allora ci siamo messi d’accordo […]. I miei genitori, se piaceva a me, erano contenti anche loro. Era nel commercio anche lui. E allora aveva un fratello a Savignano che aveva un’azienda grande e allora lavorava con lui. Dopo il matrimonio ci siamo trasferiti là. Poi siamo andati ad abitare a Cesenatico, perché abbiamo preso in appalto un lavoro e siamo andati a stare lì. Mi piaceva perché c’era il mare lassù”.
“Siamo stati sposati cinque o sei anni io e mio marito” ricorda Maria, “e non abbiamo avuto figli perché non venivano. Lui è morto in un incidente che è stato un mezzo mistero. Non ci ho capito neanche io. Difatti non so se ha fatto il passo lui, non l’ho mai saputo”.
Rimasta vedova, Maria si trasferisce “da una sorella che vive con il marito a San Marino e inizia a guadagnarsi da vivere facendo la sarta. “Mi piaceva quel lavoro” racconta, “era una ricchezza”.
“Durante la guerra” spiega Maria, “abbiamo avuto una gran paura che venisse morto qualcuno. Alla notizia della guerra, la gente diceva: “Adesso si starà peggio? Si starà meglio?” Fortuna che nessuno dei miei fratelli è stato richiamato […]. Quando c’è stato l’armistizio c’è stata una festa, una gran festa. Mi ricordo che alcuni ragazzi sono tornati a casa un po’ sgarengati. Dopo, però sono cominciati i bombardamenti e tutti a dire: “Si stava meglio prima”. Noi non siamo stati nei rifugi, ma gli sfollati erano dei bei gruppi”.
Dopo la guerra, i genitori di Maria lasciano la bottega perché nessuno della famiglia ne continua il lavoro, si trasferiscono a Miramare di Rimini e Maria vive con loro e lavora nella Pensione del fratello.
Il 2 giugno del 1946, Maria ricorda che i vicini gli avevano detto: “Fai la croce dove ti pare” e lei aveva pensato: “Ah, ma bisognerà capire dove si fa”. Alle elezioni successive poi, la famiglia le ha sempre detto che l’importante era non votare per i comunisti. “Alla mia famiglia, infatti” racconta Maria, “i comunisti non piacevano, perché avevano il terreno e volevano comandare loro. Eravamo tutti per la Democrazia Cristiana, compreso mio marito. Se no, non lo prendevo se era comunista. Perché non avevo voglia di parlargli. Perché volevano comandare (i comunisti)”.
Del dopoguerra, Maria ricorda quando è arrivata la televisione. “L’andavamo a vedere dai signorotti che ce l’avevano, erano i dottori che facevano subito la cosa moderna. Mi ricordo di Mike Bongiorno e del Festival di Sanremo. Ci piaceva, era una cosa nuova. Dopo l’hanno presa anche i miei, sembrava una roba strana vedere là quelle figure”.
Maria aveva deciso di non risposarsi, eppure a sessant’anni conosce un signore di Novafeltria, un certo Cerri e si sposa di nascosto dalla famiglia.
“Non volevo risposarmi” ricorda infatti Maria “dopo mia sorella stava male, mi è capitato questo qui, era un Cerri di Novafeltria, me l’ha messo lì davanti e allora ho preso la corriera, non ero mai stata quassù, sono andata dal prete a chiedere, insomma. Da sola sono venuta su. Mi ha detto: “E’ una brava persona”. Lui aveva un’altra che aveva tre figli. Quando ha visto me che non ne avevo nessuno era contento. Ci ha fatto conoscere un ruffiano, diciamo. Ci siamo dati un appuntamento zitti zitti. A mia sorella gliel’ho detto dopo che mi sono sposata, perché aveva paura che fosse un comunista, uno poco bene. Anche io avevo il nervoso e pensavo “Farò bene, farò male”. Ci siamo sposati con due testimoni, una sera. Io avevo sessant’anni e lui sessantotto. Dopo invece mia sorella e anche suo marito, l’hanno conosciuto, hanno conosciuta la famiglia e fatto pace con tutti. Lui aveva un fratello che aveva il dazio e lavorava con questo, ma trovava anche degli altri lavori. Era simpatico, mi piaceva. Almeno un po’ di compagnia, se no la sera sempre, sola con la candela, nel letto. L’ho fatto anche perché, dico “E’ più grande, se muore avrà qualche cosa” Ho pensato anche al denaro, insomma. Perché solo con la mia pensione non potevo fare tante cose. Insomma, l’ho fato anche per la finanza”.
“Mi sono trasferita a Novafeltria e qui sono stata molto bene, mi piaceva il paese e ho fatto amicizie”.
Il secondo marito è morto nel 1993. Con lui Maria è andata d’accordo, ma “è stato un po’ noioso nell’ultimo, perché non voleva uscire più, voleva stare sempre nel letto e voleva fare di sua testa […]. Con i suoi tre figli sono andata d’accordo. Li rispettavo, li invitavo a qualche festa così e loro mi volevano bene, insomma. Gli piacevo. Dopo la morte di lui, però, sono dovuta andare dal notaio a fare la firma, (per cedere loro la casa) […]. E così sono stata tre anni in una casa di riposo di Carpegna, dove c’erano per lo più coppie di anziani e in ultimo ho trovato queste suore e sono contenta. Mi hanno aiutato il nipote del mio secondo marito e sua moglie. Qui mi trovo bene. Però c’è la superiora che tiene alle regole. Io ho il diabete e devo mangiare poco, così quando faccio i capricci dopo mi danno il cicchetto, insomma”.
Dei figli del secondo marito, nessuno la va a trovare tranne la figlia più grande, a Natale, Pasqua e per il compleanno le porta la torta.
“Qualche volta leggo” afferma Maria “perché leggere mi è sempre piaciuto, però non i libri pieni, qualche racconto”.
Commenta Maria“Il mondo è cambiato in meglio, ma adesso è esagerato il mondo. Nel senso che tutti vogliono essere padroni, non vuole lavorare nessuno. Si sentono delle cose che non stanno in piedi, secondo noi. Sarà che siamo più anziani e siamo abituati a essere ubbidienti. I giovani di oggi sono un po’ troppo vivaci, sono più svegli ma fanno come gli pare. Non va tanto bene alle volte. Secondo me, bisogna stare un po’ alla regola”.
Conclude dicendo che il ricordo più bello della sua vita è quello di “quando si era in famiglia che si era tutti assieme, la domenica a ritrovarsi. Si mangiava il brodo con i cappelletti. Facevamo la sfoglia, abbiamo imparato presto a farla”.

 

Dati intervista
   
< ELENCO NOMI
< ELENCO LUOGHI
Cognome Nome
Succi Maria
Mestiere svolto
Commerciante
Data di nascita
09/07/1912
Data intervista
10 luglio 2007
Luogo di nascita
Villa Verucchio
(RN)
Durata intervista
60 min
Temi principali
Lavoro, Matrimonio, Famiglia, Politica, Guerra

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