IL TABACCHIFICIO
Torcolacci Domenica nasce a Urbania il 20 aprile 1917. È la terza di quattro figli e la sua famiglia è molto povera. Il babbo lavorava in miniera, racconta, e “era un gran babbo lavoratore”, la mamma stava in casa e metteva al mondo i figli. “Siamo stati figli randagi”. “Che cazzo di genitori mettevano al mondo i figli?”. “Io sento di ribellarmi dalla mia mamma, ve lo giuro, benché è morta. Cosa metteva a fare al mondo i figli, quando non era capace di tirarli avanti?”.
La vita “è stata molto dura per me”, commenta Domenica. “Se io vi dicessi, da bambina, avevo appena otto, nove anni, io avevo già l’incubo, quando mi alzavo, del mangiare. Se volevo mangiare dovevo guadagnarmelo. Andavo sotto là, ci sono le querce. A raccogliere la ghianda. Si raccoglieva, si vendeva, che la davano ai maiali, per prendere un soldino per comperarmi un pochino di latte e di caffè”. “Io andavo in una botteghina, si chiamava Vittorio d’Achille, stava nel mezzo del Corso. Mi piaceva prendere un pochino di latte e caffè. Non ancora entravo nella bottega, la domanda che mi facevano. C’hai i soldi? Allora gli dicevo, paga la mia mamma. Che paga la tua mamma? Ci ha una lista qua che non paga mai. E via, mi toccava andare via. Queste non sono le balle”. Da bambina, “la mia giornata era che dovevo andare” “per quei monti là sotto” “a cogliere le mele cascatine”. “Le mettevo in un padellotto”, “le portavo nel forno, le vendevo” nei vicoli. “Chi ci aveva i figli comprava un soldo di mele”. I giochi “niente”. L’unico gioco lo facevo con mio fratello più piccolo che “era più furbo”. “Lui faceva finta che lui comprava e io ci avevo il negozio”. “Io cretina rimanevo a bocca aperta” perché lui mangiava quello che raccoglievo e io no”.
Il padre di Domenica muore in miniera a Spoleto nel 1931 e la figlia, a tredici anni, inizia a lavorare nella fornace. “Dopo ho lavorato nel fornacione”. “Non avevo neanche tredici anni. Con la carriola” “portavo i mattoni”. “C’erano altre due femmine con me, la Letizia e l’Ersilia della Giordana”. “Il mio compito era”: “c’era la macchina che buttava i mattoni e lì bisognava essere svelti. Prenderli, metterli nella carriola e via. Via io e sotto l’altro”. “I calcagni toccavano nel sedere. Una gran galoppata”, “e poi, quello è il meno. Non ti mettevano in regola. Niente”. Il signor Cerini era il padrone della fornace e lo stipendio era di sedici lire al giorno. La fornace d’inverno era chiusa e durante quei mesi bisognava cercare di fare la giornata.
Nella fornace Domenica conosce Giovanni, classe 1914, figlio del capo operaio e nipote del padrone della fornace. I due si innamorano e si sposano nel 1938. “Era bravo, era veramente innamorato”. “Quello era un vero amore”. Il suocero non voleva perché “era un po’ prepotente”, “non voleva che facevo l’amore” e “voleva una che c’aveva i quattrini”. “Mi metteva nei lavori più faticosi in modo che a lui non l’avessi veduto. Noi invece, di nascosto, andavamo” “dove mettono i mattoni”, “andavamo lì e ci davamo un bacino”. “Una volta mi ha visto, mi ha messo un’ora di multa”. “Era terribile, cattivo”.
Dopo il matrimonio, Domenica e Giovanni vanno a vivere “in un vicolino. Un cuore e una capanna. Da piedi non ci stava nemmeno il letto”. “I topi grossi, le penticane. Il primo bambino che ho avuto, gli avevano mangiato tutto un orecchio”.
Giovanni è stato molto sfortunato, ricorda Domenica. È morto nel 1952 dopo una serie di disgrazie. Il dito in una pressa, l’infezione mandibolare, la tubercolosi. Mio marito “poraccio, è stato sfortunato. Appena ci avevo una bambina che aveva otto mesi, lui lavorava nella pressa, si è preso una mano”. “Mio marito aveva tolto un dente” “e questo dente era quello del giudizio. Non avevano disinfettato i ferri” “e allora che cosa era venuto? Un flema mandibolare. Un flema. Sa cosa vuol dire? Dio ce ne liberi e ci salvi. Un’infezione grossa così. Cosa è successo? Io c’avevo uno zio che era il più ricco di Urbania. Allora sono andata lassù, gli ho detto, zio bisogna che porto il mio Giovanni a Bologna perché gli è venuta una infezione. Questo figlio di Dio si è rivoltato come un cane, ha detto “bè cosa vuoi da me? Vuoi che ti dò i soldi io?” Capito? Questo che era il più ricco di Urbania. Mi ha mandato via come un cane e io col mio marito ero disperata, non sapevo come fare”. “Dopo sono riuscita a farlo operare. Si chiamava Calabrò questo professore. Il primo di Bologna.”. “Gli ho puntato un coltello. Gli ho detto tu operi il mio marito se no muore mio marito e tu sei dietro a lui”. “Mio marito aveva preso la tubercolosi e era stato in un sanatorio a Forlì, un periodo in cui tutti ci scansavano”.
Del fascismo Domenica ricorda il clima iniziale di fiducia e di speranza. Di Mussolini si pensava “farà qualcosa? C’avrà il pugno buono?”. Si sperava in un cambiamento. “All’inizio tutti si sperava”. “Alla scuola bisognava essere vestiti da balilla, da giovani italiane”. “Ero giovane italiana”, “ero obbligata” a rispettare “tutte le regole dei fascisti”. Poi ci siamo resi conto che Mussolini “era tutto chiasso e niente”. “Parlava, parlava. Che cavolo parlava?”. “Cosa pensavamo? Io non pensavo niente. Dicevo, fa tutto il chiasso e non fa niente. Tutto chiasso e niente”. La tessera del pane la davo ai poveracci perché “io mi arrangiavo”, mentre “c’era una che c’aveva cinque figliuoli” e non sapeva come sfamarli. I fascisti erano “sfacciati, prepotenti” e tutti ne avevano paura. Una volta hanno dato una sberla al suocero perché durante un corteo non si era tolto il cappello.
Il giorno della dichiarazione di guerra, racconta Domenica, tutti “strillavano. Dice, Mussolini ha dichiarato guerra”. Noi “piangevamo. Cosa facevi? Cosa facevi?” di fronte a tutti i giovani che partivano per la guerra. Sono tornati in pochi, “ne sono morti parecchi”. “È stato brutto, è stato brutto, la guerra non ritornasse più, no”.
Terribile, poi, il passaggio dei tedeschi. A Domenica le occupano la casa per tre-quattro giorni. “I tedeschi erano cattivi. Cattivi. Io ci avevo tre bambini piccoli, sono venuti a casa”, “mi hanno cacciato dal letto, anche ai miei bambini e ci sono andati loro”. “M’avevano preso mio marito poretto, l’avevano fatto andare a rubare le bestie in un campo”, “e guai se non ci andava”. Loro mangiavano e bevevano e a noi non ci davano niente.
Anche il bombardamento di Urbania del gennaio 1944 è vivo nei ricordi di Domenica. Lei quel giorno era a casa e era salita sul tetto per vedere le bombe. Giovanni, invece, era andato a casa dei genitori e la mamma gli aveva negato di mangiare una polpetta. “Insomma gli ha negato una polpetta. E bè, ha detto, vedrai che queste polpette le strozzi. Non ha fatto in tempo a dirlo, è arrivato un bombardamento. Ha buttato giù tutta la casa. Essa è rimasta sotto, la testa qua, la vita là”. È morta insieme a un figlio, padre di 4 figli. “Mi ricordo che era quasi mezzogiorno” e a mezzogiorno c’era l’abitudine “di mangiare assieme”. “Ma come è che mio marito non torna, tanto la messa è finita? Allora tutto a un tratto dico, voglio andare a vedere”. “Vedo il mio marito tutto bianco e mi si mette a urlare, i miei tutti sotto. Sono tutti sotto”. Giovanni “si è salvato per miracolo”. “È stato terribile”. “Dopo siamo scappati via in campagna”. Siamo andati in “una stalla ma le penticane erano grosse più dei gatti”. Ci siamo stati “una mesata”, “è stata brutta”. Non ho portato via niente “le mutande addosso e quel pezzo di vestito”. “Pensavi a salvarti la pelle e basta”. In campagna, “mi viene da ridere. Gli aveva preso la moria delle galline. Morivano tutte le galline” e allora via a mangiarle. Però io ero furba. “Quelle che morivano non le mangiavo,. Le prendevo alcune e gli tiravo il collo. Uh, quella è morta! Invece gli avevo tirato il collo”. I contadini “stavano di sopra. Mangiavano, bevevano e via”.
“Il mio suocero ha preso un carretto”, “ha caricato tutti i suoi morti là sopra”. I funerali non li hanno fatti, li buttavano tutti in una fossa.
Dopo il passaggio del fronte “allora io ci avevo una cugina che era una prima fascistona. Fascista”, “si chiamava Concetta e il marito Mariano”, “si è messa lì nella finestra” a dire “voi siete contenti che arrivano gli americani a darvi le caramelle?” .
Durante la guerra la fornace rimane chiusa e non c’è lavoro. Finita la guerra Domenica non lavora più lì “perché non gliela facevo più”. “Dopo hanno aperto un tabacchificio e ci ho lavorato” fino al ‘56. Il proprietario era Aluisi. “Sono andata e gli ho chiesto il lavoro”. “Mi ha detto: “domani mattina presentati al tabacchificio. Il cancello è aperto, entra e vai a lavorare”. Uno di quelli che voleva fare il prepotente, non mi voleva fare entrare perché ero andata dal padrone. Allora gli ho detto, ma scusa tanto, chi comanda tu o il padrone? Io intanto entro che c’ho i diritti e tu vai a reclamare dal padrone”. Nel tabacchificio i compiti erano diversi. Ci lavoravano una trentina di donne e “c’era quella che portava il tabacco, le ballette”, “poi c’era quella che faceva le filze”. Il compito di Domenica era fare la cernita. Bisognava dividere le foglie a seconda del colore, 36 colori e “lì c’era il banco con tutti i paletti e ogni colore” bisognava infilarlo. Ogni operaia era obbligata a fare un certo numero di chili al giorno ma “io non avevo una gran vista svelta”, racconta Domenica, “fortuna che una direttrice mi ha aiutato”. “Si entrava alla mattina”, “alle sei si entrava fino alle otto che c’era la colazione”. C’era uno che veniva a vendere il vino. Nel tabacchificio “non mettevo nemmeno le marchette, niente”, “mi davano la busta” e mi pagavano “poca roba”.
Dopo la morte del marito nessuno li aiuta, ricorda Domenica. Racconta che una volta qualcuno gli porta “un sacchettino di fagioli neri”. “Gli ho detto io ho i bracci buoni. Io mangio un fagiolo oggi, domani non c’ho niente. Via”. Io voglio lavorare.
Domenica smette di lavorare nel tabacchificio per problemi di salute. “Avevo preso una pleure. Non potevo respirare”. Si ammalavano in parecchi.
Per il resto della sua vita lavorativa, Domenica fa l’ambulante. Dopo il tabacchificio va a fare il mercato nero a Roma. “Compravo a uno, andavo là e lo vendevo a due. Mercato nero”. “Lavoravo con le sigarette”. Le sigarette le prendevo qua e le vendevo a Roma. A Roma, invece, prendevo la roba usata e la portavo a Urbania per venderla. C’erano altre donne di Urbania che facevano le ambulanti ma a Roma ci andavo sola, con mezzi di fortuna, “tanto ormai mi conoscevano”. “C’è la Menca”, dicevano, “carichiamola”. A volte, “arrivavo a Roma con il treno”, “andavo lì vicino a Santa Maria, “andavo lì e allora mi arrangiavo come si poteva. C’era la roba usata da comperare”. Portavo a Urbania “certi fagottini di roba”. Le figlie non volevano perché, dice, è roba dei morti. Una volta ho imbrogliato e venduto sigarette fatte di segatura. “Per scappare via ho perso anche una scarpa. Ci avevo una scarpa si e una no”.
Domenica si è arrangiata come ha potuto e ha fatto anche altri lavori, come ad esempio le ghirlande, le corone per i morti e la chiromante. “Ho fatto tutti i lavori, fuori della donna disonesta e di non rubare. A testa alta”.
Domenica e Giovanni hanno avuto tre figli. Due femmine e un maschio. Domenica li ha cresciuti e ha fatto il capo famiglia. Ai figli “gli ho fatto fare le scuole. Le medie”. E dopo “hanno trovato il marito. Non hanno avuto bisogno di andare a lavorare”. La figlia più grande, nata nel ’38, a quattordici anni è andata a Roma da una zia, una sorella del suocero, “perché quella i figli non ce li aveva” e la vita a Urbania era difficile. Ha fatto la terza media, poi si è sposata con un bravo ragazzo di Roma che lavorava nell’aviazione. L’altra figlia si è sposata a Urbania con un assistente sociale di dodici anni più vecchio. Quest’Assistente Sociale era venuto a casa perché avevamo bisogno d’aiuto “e ha portato via la figliuola”.
“Il maschio, porino, ha avuto sfortuna. Ha avuto un tumore alla gola”. È morto giovane, 28, 29 anni. Era nato nel ’44.
Con i sacrifici, Domenica si è comperata una bella casa a Urbania, in via Roma, di cui è molto orgogliosa, e è riuscita anche a fare qualche vacanza di piacere. “Mi piace a girare, a vedere” . “Sono andata a Riccione”.
Domenica è stata una donna forte, emancipata per i suoi tempi, ha “sempre amato l’allegria” e soprattutto ballare. “Mio marito andava a letto coi monelli e io prendevo, con le mie amiche e facevo la scappatella”. “Mi piaceva l’allegria”. Si andava a ballare nella sala del dopolavoro. “Sono stata birba”, ballavo solo con chi mi piaceva “se no gli dicevo sono impegnata”. Le proposte le facevano “ma io non le accettavo”. “Scherzare mi è sempre piaciuto ma sempre stare al posto mio. Diamine. Per carità. Io voglio andare a testa alta.”.
Adesso Domenica vive con la pensione di vecchiaia perché non ha versato i contributi. D’inverno, lei sta a Roma, d’estate ritorna a Urbania. “Io c’ho la mia bella casa. Vado e mi sento quelle ali libere”. “Io c’ho una bella casa, c’ho un bell’orto ma non ce la faccio più né a zappare, ne a vangare”. Oggi “sto a spasso”, oppure guardo la televisione. Mi piace tutto perché “sono curiosa”.
Oggi a Urbania ognuno “è per conto suo. Se c’hai mangi, se no stai a vedere”. Una volta ci si conosceva e c’era l’amicizia. “Adesso per carità”. Però “la gente di Urbania è stata brava con me. Avevo il banco e mi venivano a comperare tutti”. “Io farei peccato. Urbania mi ha voluto bene e mi hanno rispettato tutti”.
Il mondo di oggi Domenica lo vede “male, molto male”. “Il mondo bisogna guadagnarlo. Quello che uno si mangia bisogna sapere da dove viene”. Oggi “non vuole fare niente nessuno”. “Io so che una volta se volevi mangiare dovevi lavorare, se no non mangiavi” . La gente oggi c’ha troppi soldi. Stanno tutti bene. “Le ragazze di oggi mangiano, bevono e si divertono”. “Adesso tutti ricchi, tutti signori. Vogliono mangiare e bere e non fa niente nessuno”.
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Dati intervista |
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Cognome Nome |
Torcolacci Domenica |
Mestiere svolto |
Fornace,
tabacchificio |
Data di nascita |
20 aprile 1917 |
Data intervista |
13/06/2007 |
Luogo di nascita |
Urbania (PU) |
Durata intervista |
90 min |
Temi principali |
Lavoro, Matrimonio, Famiglia, Politica, Guerra, Affettività |

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