HO PASCOLATO ANCHE LE BESTIE
Vichi Esterina è nata a Tavullia il 12 marzo 1917. “I miei genitori erano contadini”. “La mamma non l’ho conosciuta e il babbo mi è morto che avevo 12 anni, ho vissuto con un fratello”. Con la morte della madre, non era rimasta in casa nessuna donna adulta, così il fratello e la sua fidanzata hanno deciso di sposarsi. La nuova arrivata in casa alleva Esterina che allora aveva poco più di due anni ed un'altra sorella che allora aveva 5 anni: “c’ha fatto da tutto – Esterina si riferisce alla cognata – da mamma e da sorella maggiore”.
“Mi sono sposata a 21 anni”. Fino ad allora Esterina ha vissuto in gran parte fuori dalla famiglia del fratello: “da bambina portavo a far pascolare le pecore e le vacche”, “a 11 anni sono andata a fare la baby-sitter a Pesaro…sono stata a servizio da due, tre famiglie”. “Quella volta c’era la miseria” e così Esterina si vede costretta ad andare a servizio per “guadagnare qualche soldino” (“Se si mangiava, non si beveva; se si beveva non ci si poteva vestire”).
Il contatto con la prima famiglia in cui Esterina va a servizio, avviene casualmente: il fratello andava a vendere il latte a Pesaro ed una delle famiglie a cui portava il latte gli domandò se aveva una ragazzina che potesse “badare due bambine”. In quella famiglia, Esterina faceva anche i lavori domestici: “lavavo i piatti, mi mettevano la banchetta sotto i piedi perché ero piccola, non ci arrivavo”.
Quando era a servizio, viveva con la famiglia presso la quale lavorava: “mi mandavano a casa una volta o due per Carnevale”; percepiva uno compenso, oltre al vitto e all’alloggio: “il soldi li veniva a prendere mio fratello, quella volta usava così … erano poveri, c’era la miseria”. Con quei soldi, il fratello comperava il cotone, la canapa che la cognata poi tesseva con il telaio. Il podere in cui vivevano non era molto produttivo: “era un podere piccolo…non era in pianura”; il terreno era lavorato da suo fratello, da sua moglie e dai loro figli che man mano che crescevano venivano mandati fuori di casa a “guadagnare il soldo”: andavano a fare i garzoni. Durante i lavori agricoli le famiglie contadine si aiutavano, “si prestavano l’opera”: tra i macchinisti e i contadini c’erano una quarantina di persone, ciascuno di loro aveva un compito ben preciso. Erano soprattutto uomini, che stavano sulla “barca” e sulla “macchina”, le donne stavano sul pagliaio. I rapporti con il padrone e il fattore erano buoni: il fattore si faceva vivo quando c’era da vendere gli animali.
Esterina ricorda che in un anno di particolare siccità, i contadini hanno organizzato una processione in onore della madonna di Casteldimezzo “in modo che piovesse…appena arrivati a casa ha piovuto davvero!”; “eravamo una bella processione …adesso non è più così, una volta la gioventù andava alla messa, se volevi guardare un ragazzo dovevi andare lì”…”poi a Carnevale di ballava, fino alla Quaresima”. “A casa nostra, si diceva sempre il rosario, a casa per tutto il mese di novembre, poi il mesi di maggio si andava a dirlo in chiesa”. Esterina ricorda che anche una delle famiglie in cui era a servizio era particolarmente religiosa: “aveva due fratelli che erano parroci”, uno era parroco a Copenaghen, in Danimarca, l’altro era parroco in Urbania, “a Pasqua e Natale, la famiglia si trasferiva su e si seguivano tutte le funzioni religiose”.
Nelle diverse famiglie presso le quali ha lavorato, Esterina si è sempre trovata bene: “mi hanno trattato come una figlia”. Quando ha cambiato famiglia, non lo ha fatto perché non aveva buoni rapporti con questa, ma solo perché poteva guadagnare di più. I padri erano particolarmente affettuosi con figli, “per quel che po’ che potevano, giocavano con figli”; ricorda inoltre che andava al cinema con figli e genitori: “sono andata vedere il “Conte di Montecristo” …la sera sono andati i genitori a vederlo, poi ci hanno raccontato la storia, perché era un po’ difficile, poi mi hanno portato a vederlo con i figli più grandi”. “Il primo Conte di Monte Cristo che ho visto, l’ho visto a 17 anni”.
“Ero come in famiglia…quando me ne sono andata, la signora mi ha regalato un ombrello … poi quando mi sono sposata mi ha regalato un lenzuolo, le federe e gli asciugami di tela di lino”; “gli asciugamani gli ho regalati a mia figlia quando si è sposata”.
E’ rientrata a casa a 19 anni, dopo si è fidanzata e ha iniziato a prepararsi il corredo, grazie all’aiuto della cognata che le ha insegnato a cucire: “quella volta si usava fare qualche cosa … non ci si poteva sposare senza sapere fare la pasta, cucire e tessere al telaio ”. Il fidanzato, contadino, viveva a Gabicce. Si sono conosciuti per mezzo del cognato della sorella di Esterina, amico del futuro marito di quest’ultima: si vedevano in occasione delle feste che c’erano a Tavullia e nella “sala da ballo”, “quella volta non c’era altro”.
Quando si è sposata, nel 1938, si è trasferita a Gabbice Monte, a casa del marito. Quando è arrivata la guerra, Esterina aveva già tre figli. Uno è nato il 25 luglio del 1944, nove giorni dopo sono stati costretti a lasciare la loro casa e a sfollare a casa della cognata. Ricorda Esterina che aveva con sé il bambino appena nato, “un involto con la sua roba che mi bisognava per cambiarlo” e gli altri due figlioletti “alla sottana”, uno di cinque ed uno di tre anni. Lì sono stati parecchio tempo: la notte gli uomini si nascondevano sotto il pagliaio per non essere presi dai tedeschi; solo un uomo rimaneva con le donne “tanto per compagnia”, dice Esterina. Molte famiglie non avevano trovato di meglio che vivere in quelle che erano “le pozze che d’inverno si riempivano d’acqua per le bestie”, in quelle settimane vuote e rese fruibili con un po’ di paglia. “La notte si sentivano le bombe che andavano a cadere sul monte di Gradara … chi dormiva sotto il tavolo, il piccolo l’avevo messo sotto una sedia”; “i tedeschi ci hanno portato via un carro con le bestie, con tutto”. Il marito di Esterina non ha fatto la guerra, è stato esonerato per problemi di vista, i tedeschi un giorno l’hanno portato via per fare dei lavori, poi però la sera lo hanno lasciato andare. Il cibo, aggiunge, non è mai mancato anche se le è rimasto in mente il “pane di miscela che era cattivo”. “Abbiamo anche fatto la piada con la farina d’orzo, veniva nera … ma non c’era altro”. “Non c’erano nemmeno le patate, non pioveva”. “Quando sono arrivati gli americani era tutto diverso”; “i miei uomini hanno cominciato a fumare quando sono passati loro”. In cambio di un fiasco di vino , “che quella volta c’era”, i soldati americani cedevano “grandi pacchi si sigarette”. “hanno cominciato a fumare a tutto andare”.
Esterina e suo marito hanno continuato a fare i contadini fino al dicembre del 1963, quando il padrone ha deciso di vendere il podere. Non avendo loro la disponibilità di denaro necessaria a comprarlo, si sono visti costretti ad andarsene e si sono trasferiti nel luogo in cui hanno poi costruito la loro casa. “Al momento dell’uscita dal podere, ricorda: “ci hanno lasciato le bestie, quel po’ di fieno e il vino”. Avevano con sé poco grano: il podere prima grande, era stato in quegli anni “rovinato dalle strade” che andavano costruendo (cita la Panoramica).
Una volta sistematisi nella nuova casa, le cose sono cambiate: il marito invalido per via dei postumi dell’influenza “asiatica”, “teneva aperta la casa”, i figli maschi lavoravano come muratori mentre le donne “tutte via negli alberghi”. “Io ho fatto 20 anni negli alberghi: dal 1964 al 1982, dal 1983 sono rimasta a casa con la nipote”. Esterina ha sempre lavorato nello stesso albergo, “Alle faville” [??] di Gabicce Mare, fatta eccezione per un anno in cui è andata a lavorare in un albergo di Cattolica. Ricorda poi che ha lavorato per un ristorante di Gabicce Monte, ristorante “Sorrento”: “mi venivano a chiamare quando c’erano le comitive di turisti … era il boom della piadina …io facevo la piadina, il proprietario la coceva e sua moglie faceva i cascioncini”. In albergo si lavorava tantissimo, ma si guadagnava abbastanza bene per poter pagare i debiti fatti per costruire la casa. I turisti stranieri erano particolarmente generosi: “lasciavano delle belle mance”. D’inverno, quando gli alberghi erano chiusi, le donne non lavoravano. Alle pensioni Esterina ha “fatto un pò di tutto, stavo in cucina, pulivo le verdure, facevo il caffè latte, poi, nell’ultimo, ho stirato”. L’albergo dove lavorava era di proprietà di una famiglia di Milano, c’era “il direttore che lo dirigeva”. All’inizio degli anni Sessanta, gli alberghi erano ancora pochi, Gabicce Mare “era tutta campagna”. Quando l’agricoltura è finita, “tanti contadini sono venuti giù, a lavorare quaggiù”, negli alberghi e nell’edilizia. Sia uomini che donne. Pochi sono emigrati al nord, alcuni sono finiti a fare i braccianti nel ravennate (così una sorella di Esterina). I figli maschi di Esterina hanno fatto i carpentieri, non si sono dedicati all’industria del turismo perché, dice sempre Esterina, “non hanno studiato”; le figlie femmine hanno sempre lavorato nelle pensioni.
La prima televisione è stata acquistata nel 1970, Esterina racconta che nella pensione in cui lavorava c’era la televisione ma non aveva mai tempo di guardarla. Nonostante la fatica del lavoro, Esterina conferma nuovamente di essersi trovata bene nell’albergo: aveva tempo di “prendersi un caffé, un gelato”. Tra il personale c’era una forte solidarietà: “eravamo tutta una corda, quando si finiva, si finiva tutti assieme”.
Tornando a parlare della casa in cui vive ancora oggi: “Eravamo in 11: io, mio marito, mia suocera e i figli”, quattro maschi e quattro femmine. “Con un po’ di sacrifici abbiamo costruito questa casa, con quattro appartamenti. I maschi sono rimasti a vivere a Gabicce, le donne sono andate a vivere altrove: una Montecchio, una a Riccione, una “qui al Ponte” e una “qui a S. Stefano”. Gli appartamenti sono andati ai figli maschi: le donne “hanno preso la dote” e hanno lasciato gli appartamenti ai figli maschi. La scelta è avvenuta in piena armonia, senza discussioni, che sono nate poi, quando alla morte del figlio maggiore di Esterina, le figlie di quest’ultimo hanno deciso di vendere quell’appartamento, contro il volere della nonna e degli zii, i quali non volevano che una parate della casa finisse ad estranei. “Quando i figli sono piccoli – conclude Esterina - la casa trema, quando sono grandi la casa si slama”.
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Dati intervista |
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Cognome Nome |
Vichi Esterina |
Mestiere svolto |
Contadina,
lavori stagionali |
Data di nascita |
12/03/1917 |
Data intervista |
23 ottobre 2007 |
Luogo di nascita |
Tavullia (PU) |
Durata intervista |
90 min |
Temi principali |
Guerra, Lavoro, Famiglia
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