IL PRIMO VESTITO
Zonzini Rosa nasce a San Marino il 22 marzo 1915. “Eravamo sei figli più i due genitori”. Tre maschi e tre femmine. “Delle femmine ero la più grande perché una era del ’17 e una del ’20. I maschi uno era del 1901, uno era il 1909 e uno, poverino, che è stato disgraziato e che è morto sui vent’anni, era dell’11”. “Il babbo è mezzadro, lavora la terra e ha molte bestie, anche i buoi. Il babbo era un dottore con le bestie”, ricorda Rosa, “perché se una bestia stava male lui conosceva il difetto e sapeva come fare”. Lo chiamavano anche i vicini, aiutava la gente. I veterinari “ce n’erano pochi”. “Era un dono”.
Da San Marino, la famiglia Zonzini si trasferisce in un podere a Torriana. “Io quando mi hanno portato a Torriana”, ricorda Rosa, “ero in una cesta”. “A Torriana ci siamo stati dodici, tredici anni”. Durante questo periodo “mio fratello è andato fuori con le pecore. Ha avuto una meningite, si è addormentato e si è ammalato”. “Sono andati dal dottore che i miei abitavano a Torriana, perché eravamo contadini, invece il dottore abitava a Villa Verrucchio” “però lui non l’ha riconosciuta la malattia che aveva. Lo curava per una nevralgia. E invece era una meningite”. “Da lì ha perso la vista, ha perso le gambe. C’era solo il busto e la testa buona”. “Noi eravamo bambine, io ero la più grande”, “andavamo a Verrucchio a prendere le medicine, un giorno sì e un giorno no”. Lui è stato infermo per undici anni. “Avevano detto che sui vent’anni lui poverino moriva e infatti è morto e ci è dispiaciuto tanto”. “A lui l’assisteva mia mamma sempre. Noi dopo gli davamo da mangiare, avevamo un signore che ci aveva pagato la carrozzella”. “I miei sono andati in miseria” per pagare tutte le medicine. “Per prendere due soldi” il mio babbo “conciava la lana con i ferri” e andava “avanti poveretto giorno e notte”. Così siamo rimasti cinque.
“Mio babbo era buono”, racconta Rosa, e “io ero la preferita perché diceva che gli assomigliavo”. “Le dico solo questo. Un giorno è passata una donna a chiedere la carità. La mia mamma ha detto a mio babbo che si chiamava Marino”, “come posso fare a dargli un piatto di farina che non l’abbiamo per noi?” Lui le ha risposto, “tu Caterina, si chiamava Caterina, tu daglielo e dopo provvederemo”.
“La mia mamma era buona però mi ha fatto un po’ di differenze” con le sorelle. “Da piccole ci diceva che se fossimo rimaste incinte ci avrebbe sbattuto di casa. Quando io ero già sposata, mia sorella è rimasta incinta. Allora è arrivato questo momento, hanno preso una sarta in casa e l’hanno tenuta un mese a fare le robe per lei, per il bambino, tutta questa roba”. Invece “quando io mi sono sposata non hanno preso la sarta e sono andata via a testa alta”.
“Con lei non mi confidavo”. “Con la mia mamma me la sono presa un po’” perché non ha voluto che andassi a scuola e non mi ha fatto fare la sarta, che mi piaceva.
“Io lavoravo molto”. “Ho cominciato piccola che non mi hanno mandato nemmeno alla scuola”. “A noi ci ha messo a lavorare a casa, a fare le pulizie, tutti questi lavorini, a fare la piadina con un banchettino, perché la mamma lavorava in campagna”. A scuola “prima sono andata dalle suore qualche volta. Dopo sono andata a fare la prima, dopo sono andata a un po’ di seconda, dopo mi hanno fatto stare a casa e basta”. “Mi piaceva” andare a scuola, però “ho smesso. Dopo la mia sorella andava a scuola perché dopo i tempi erano cambiati” e io “guardavo. Dopo quando mi sono sposata avevo dei libri”.
“Sono andata d’inverno a imparare da sarta e mi piaceva”. “Allora questa maestra aveva detto a mia mamma: “Caterina, mandala la Rosina che è brava” e “diventerà una buona sarta”. Ma “lei diceva che se mi mandava a me a cucire, che noi eravamo tre, ci volevano tre macchine”. E quindi niente”.
“Mio fratello grande era molto severo con noi”. “Una volta ha cominciato a darmi le botte perché mia sorella era scivolata. Diceva che era colpa mia ma non era vero”. “Eravamo cinquanta metri, diciamo da casa” “sempre le botte”. “Io ho avuto una gran paura quella volta. Sono stata sotto il letto non so quanto”.
L’educazione delle femmine era diversa; i maschi avevano più libertà. In casa parlavamo solo il dialetto. L’italiano lo parlava “la gente più perbene”.
“Da bambina ho anche imparato a filare”. “Eravamo proprio uniti”. D’inverno si facevano le veglie nella stalla delle bestie perché era freddo. “Noi filavamo la canapa, le donne; gli uomini delle volte giocavano, chiacchieravano. Stavamo là fino a mezzanotte e poi ci dispiaceva andare via perché stavamo bene”. “C’era anche molta solidarietà e unione con la comunità”. “Quasi tutte le sere c’era la gente”. Si filava durante il periodo invernale perché d’estate o si lavorava nei campi o si andava a giornata.
“Proprio nel boom dei fascisti eravamo a Torriana”, racconta Rosa. “Uno per stare bene si doveva segnare, perché agli altri non li lasciavano campare”. “Li picchiavano”. “Io mi ricordo che raccontavano molto, sempre, che i fascisti andavano per le case a fare del male alla gente”. Mi ricordo “che c’era una, una volta, che faceva il bucato in casa, aveva la caldaia sopra il fuoco così grande e suo marito si era nascosto. Loro non l’hanno creduta”. “Gli hanno buttato giù il figlio in quella caldaia”. Se no se ti trovavano a casa, botte” “A noi però non ci è capitato, anche se mio fratello non si è voluto segnare”. “Una volta hanno tirato un colpo a uno che comandava forte”. Sono venuti da Cesena, da Forlì per dare una lezione. Mio fratello “era preso nel borgo” e mia madre “quando ha visto così, vieni che andiamo a prendere Lino. Allora lì è stata dura”. “Si è fermata al camionetta e lei gli ha detto che era andata a prendere il figlio perché il marito stava male”. “A casa nostra, poi veniva anche un antifascista, un ragazzo buono, e la mamma lo nascondeva”.
Però a casa non si parlava di politica. “Mio babbo, porino, non è stato in nessun posto. Lui non è stato segnato mai”. “Lui era, quando che è stato tempo di guerra, lui aveva il passaporto di San Marino, poteva girare, poteva andare dove voleva. Il suo cognato glielo aveva portato via” di nascosto e “lo usava lui”.
A parte i fascisti, comunque “io dico che Mussolini per me è stato bravo. Ha avuto i compagni che l’hanno tradito. Ma lui è stato bravo perché ha aiutato a parecchia gente”. “Una donna se faceva un bambino gli dava cento lire”, “se due si sposavano gli dava cinquecento lire”, “lui andava magari in un posto, vedeva che c’era qualcosa poco bello, lui si metteva a fare le case”. A Sogliano, “alle suore di clausura, gli ha fatto una pensione per i bambini” sotto Villa Battelli. “Ha aiutato la gente, molto”. “L’ha tradito il genero”. “Ero sposata. Sono andata anche a Cesena con la sottanina lunga con la camicetta bianca, che era a Cesena il Duce”. “Lui passava, salutava”.
“Da Torriana il mio babbo poverino ha trovato un podere a Sogliano” dove ci siamo stati venticinque anni. A Sogliano il fratello più grande si è messo a fare il sensale, vendeva le mucche. “Dopo lui si è sposato, ha avuto tre figli. Siamo stati sempre insieme tutti”.
“A Sogliano c’era il pozzo sotto casa, ma d’estate c’era poca acqua. Allora bisognava andare, con le bestie, a prenderla in una fonte a Santa Paola. Erano le donne che, per la maggior parte, dovevano andare a prendere l’acqua”. “Abbiamo fatto una vita da cani”. Ero io che “adoperavo spesso le bestie con il biroccio perché ero la più grande e mio babbo si fidava di me”. Le bestie avevano dei nomi. “Il sinistro aveva un nome, Ro e quell’altro aveva Bi. Loro conoscevano il nome”. E poi il destro era sempre il destro e il sinistro sempre il sinistro.
Da ragazza mi piaceva molto ballare, “ma non ci mandavano”. Una volta sono andata a una festa con mio fratello e lì ho parlato con un ragazzo che poi è diventato mio marito. Lui faceva di cognome Ioli, ma lo hanno sempre chiamato Cantarelli. “Lo conoscevo anche prima perché noi avevamo un podere grande. Venivano a lavorare da noi”. “Lui aveva sei anni più di me e era molto amico del secondo fratello”. “Diceva sempre, io quando mi faccio la fidanzata la voglio ancora che sia giovanissima perché la voglio allevare a modo mio”. I miei genitori non volevano che io mi fidanzassi “perché io ero troppo giovane” “e poi pareva un uomo troppo severo”. “Addirittura mia mamma, che era furba, mi seguiva quando andavo alla messa o alla benedizione dopo pranzo per controllarmi”. Ma “allora andava bene tutto perché eravamo imboniti, non capivamo la vita cosa era, niente”. “Dopo siamo andati avanti così, non sono stata a sentire i miei genitori. A me mi piaceva perché non capivo niente. Ero una bambina ancora”. “Se fosse adesso…”. “La mia mamma mi pagava un vestito come volevo se smettevo con questo ragazzo, ma proprio come volevo”. “Ma allora era così”. “Perché forse se capivo un po’ aspettato. Ho cominciato a sedici anni”, troppo presto.
Rosa si sposa con lui il 24 giugno 1933. Dopo le nozze, i due vanno ad abitare a Sogliano perché i genitori di lui hanno un podere. Però non vivono nella stessa casa. Rosa e il marito vanno ad abitare soli. Lì “siamo stati venti anni”. Mio marito, racconta Rosa, era abbastanza colto, aveva fatto la quinta. Aveva dei libri in casa e li barattava con una zia. “E la sera quando eravamo nella stalla che non c’era nessuno, lui leggeva e io ascoltavo”. “Erano romanzi d’amore e a me piacevano molto”. Lui “da leggere e da scrivere era bravissimo”, peccato il caratteraccio. Quella volta, però, se una donna lasciava il marito “passava per una donna poco seria e allora si soffriva”. Io comunque “non l’avrei mai fatto perché avevo anche due figli”; però in “atti di rabbia” ci ho pensato.
Il suocero, racconta Rosa, oltre a lavorare nei campi, toglieva i denti “perché aveva imparato nei soldati” durante la prima guerra mondiale. Era stato attendente, infatti, a un Ufficiale medico dentista. Tornato a casa “si era messo su, aveva tutti” gli strumenti “come un dentista”. “Prendeva insomma qualcosa” ma non faceva l’anestesia.
Rosa e il marito hanno avuto due figli. La femmina è nata nel 1933, il maschio nel 1936. “A me mi sembra che io sia stata una mamma onesta”, afferma a proposito dell’educazione dei figli. “Io facevo tutti i miei lavorini, io non andavo alle case ma stavo in casa, ma lavoravo sempre. Ho fatto i quadri, ho fatto un sacco di roba”. “La femmina non ha voluto studiare e è andata a fare la sarta”.
Quando è scoppiata la guerra “una fifa che non lo sa nessuno”. “I tedeschi venivano a cercare mio marito e lui, insieme a un vicino, si nascondeva. Lo volevano fucilare perché c’era il coprifuoco e lui non era a casa. Noi siamo sfollati, racconta Rosa. Siamo andati nella grotta e abbiamo lasciato tutta la casa a loro”. “Un mese sicuro ci siamo stati”. “Dopo, quando sono andati via i tedeschi, ce n’era uno che era tremendo, si è messo a dormire nel letto del maschio”. “Aveva chiuso la porta tutto e gli altri partivano e allora io avevo visto che lui era nel letto”. “Avevo paura proprio che ci ammazzassero”.
Rosa, il referendum del 2 giugno 1946, se lo ricorda. “Era una Domenica, eravamo andati alla Messa”, “eravamo una fila”, “era la prima volta, ci sembrava una cosa enorme”. Tra donne non si parlava di politica, “era una cosa tra uomini”. “Io di politica non ci capivo molto”. Però il marito era di sinistra e quando Rosa andava a votare si faceva consigliare da lui. “Era l’uomo a comandare”. Rosa ricorda che una volta la moglie di un vicino voleva votare per la dc. Allora lui, comunista, gli ha fatto una banconota da mille lire, da allegare alla scheda elettorale in modo da essere sicuro del voto. “Perché lui era proprio sfegatato”. “I preti erano diventati mostruosi”, ricorda Rosa. “A uno, se era comunista, non gli facevano la comunione”. “Li cacciava dalla chiesa e anche quello non va bene”. “Hanno sbagliato un sacco per me”. “Durante la predica parlava sempre di politica il prete”. “Una volta mi sono andata a confessare. Era un Monsignore”. “Mi ha detto, è andata a votare? Si. E allora? Ha fatto bene?” Gli ho risposto, “si, si. Ho fatto bene. E chiuso”.
Dopo il matrimonio, racconta Rosa, a ballare ci sono andata qualche volta “perché ho tardato ad avere i figli”. Una volta nati loro, però, “non ci sono andata più”.
Di lavori, dopo il matrimonio, Rosa ne ha fatti molti. Non solo la contadina. “Il telaio”, racconta, “noi non l’avevamo, però quando avevo bisogno andavo dai vicini, oppure l’andavo a prendere, con il biroccio e con le bestie, a casa del suocero”. “Il telaio non l’avevano tutti”, però la gente era brava e ci si aiutava.
“Ho fatto l’infermiera e anche la parrucchiera, racconta”. “Ho imparato a fare le punture in questo modo: era del ’47 –’48 e il mio marito si sentiva male alla schiena e allora era andato a Bologna a una visita”. Il medico “gli aveva dato queste punture”, “ma, dico, chi è che te le fa? Perché allora non c’era nessuno”. “Allora sono andata dal dottore” e il dottore mi ha consigliato di farle da me perché io ero “svelta”. “Lui mi ha fatto fare la prova in un cuscino”. “Mi ha insegnato bene”. “Allora sono venuta a casa, ho provato, è andato bene”. “E allora di lì ho cominciato a farle anche agli altri”. “Ma il bello è che io non ho mai voluto un soldo da nessuno”. “Una volta una mia amica vicino mi ha portato come regalo un formaggio”. “Non ho mai preso niente da nessuno. Mai. Ho detto sarà volontà di Dio”. “Ho aiutato la gente, molto”.
Anche per tagliare i capelli “non ho mai voluto un soldo da nessuno”, però lo facevo solo alle donne.
Nel 1957-58, Rosa si trasferisce con la famiglia a Sant’Arcangelo di Romagna e nel 1964 inizia a lavorare, come operaia, alla Fisi, una fabbrica che faceva i sacchi della farina, del cemento, dello zucchero. Lì ci lavora per dieci anni. “Dopo non mi hanno tenuto più. Mi mancava un anno di marchini. Non mi hanno tenuto più perché loro a cinquantacinque anni mandavano via”. “Il Sindacato è andato a parlare con il padrone ma lui gli ha detto che se faceva un favore a me, doveva farlo a tutti, anche se mi avrebbe tenuta. In quel periodo ho lavorato molto anche perché mio marito stava male e mio figlio aveva avuto un grosso incidente con la macchina che era stato in fin di vita”. “Siamo stati un mese a Bologna in ospedale, al Rizzoli”.
Dopo la pensione, però, “ho sempre lavorato”. “Andavo nelle case a fare le pulizie” e al mare a fare la stagione estiva. Mio marito “stava zitto”. Ho fatto dieci stagioni al mare. “Due anni sono andata con una cugina, tre anni sono stata in un posto, altri tre anni sono stata in un altro posto”. “Facevo cucina e facevo le camere tutte. Si lavorava forte”. Non davano da mangiare “e si soffriva la fame”. Mettevano il pane avanzato dei clienti in un cesto e la padrona “si metteva il cesto lì e poi ci buttava il pane come lo si butta al cane”. “Sono andata anche a Cesena all’Arrigoni”, una fabbrica di prodotti ortofrutticoli in scatola.
I rapporti con i padroni “sono stati sempre buoni. Perché a me, non so il perché, ma mi prendevano sempre in considerazione. Perché io facevo il mio dovere”. “Io non ho mai sgridato con nessuno”. “Solo quando ero in albergo, ho smesso di andarci perché facevano troppe differenze tra noi, che lavoravano diciannove ore al giorno e le ragazze a ore, che venivano pagate di più e non facevano niente”.
“Ho smesso di lavorare definitivamente”, racconta Rosa, “dopo che è morto mio marito. Perché mio figlio era lì vicino. Prima stava zitto”. “Dopo che lui è morto”, lui è morto il 7 giugno 1981, mi ha detto “adesso mamma basta andare in giro. Prendi qualcosa della tua pensione, la casa, io ero in casa sua e basta. Dopo io ho dato retta a lui”.
“Noi siamo stati religiosi, tutti”, dice Rosa, ma “credo meno adesso di quando ero piccola”. “Però sono stata sempre superstiziosa e ho avuto alcuni sogni premonitori. Ho sognato quando è morto mio fratello”, racconta. “L’ho sognato” “Era d’inverno. Eravamo in un letto grande. Eravamo tre sorelle e dormivamo tutte e tre assieme.” “Nel sonno mi sono sentita una mano ghiaccia ghiaccia che mi prendeva in un braccio, ma stretta. La prima volta che ho sentito non ci ho fatto caso, la seconda ho detto, oh mamma! E dopo ancora un’altra. E poi mi ha detto, non aver paura che sono Gigi. Si chiamava Luigi”. “Sei tu Gigi? Ci siamo abbracciati e mi ha detto, come stai? Sto bene e tu? E lui mi ha detto” “che era in Paradiso e che stava bene”.
Quando succede qualcosa di brutto, invece, a Rosa batte l’occhio destro. “Quando mi batte quest’occhio, basta una volta, c’è qualcosa”. È cominciato “quando ero giovanotta”. “Una volta” avevo il figlio più piccolo che aveva venti anni, “mi batteva questo occhio. Per quaranta giorni. Dico, cosa ci sarà, cosa non ci sarà e qua e là, finalmente è venuto che si è ammalato questo ragazzo di pleurite”. “Quello lì era il segnale”. “E’ stato in ospedale 41 giorni”. Quando la disgrazia arrivava l’occhio smetteva di battere. “Non lo dicevo con nessuno”, dice Rosa. Però io sapevo che c’era qualcosa. “Se è una cosa piccola, sta pochi giorni, se è una cosa grande invece dura di più”. “Quando ha avuto l’incidente in macchina, l’occhio ha battuto tantissimo”.
Rosa è arrivata a Perticara perché la figlia aveva piacere “che venissi su”, avevo il nipote “che si era sposato, allora quell’appartamentino che era lì gli abbisognava”. “Sono venuta su e adesso sono qui”. “All’inizio non sono stati dei giorni felici però si passa avanti tutto”.
Oggi la vita sarebbe meglio, “ma si fa il passo più lungo della gamba” “Vestiario, macchine, tutte le comodità del mondo. Vestiti come regine”. “Ma sapete che verrà la miseria? Perché adesso l’euro vale meno un bel po’”. L’euro vale la metà e “c’è l’affitto, le bollette, il mangiare”. “Il benessere, poi ha rovinato i rapporti perché ognuno vuole essere più grande dell’altro”.
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Dati intervista |
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Cognome Nome |
Zonzini Rosa |
Mestiere svolto |
Contadina,
operaia |
Data di nascita |
22 marzo 1915 |
Data intervista |
26/06/2007 |
Luogo di nascita |
San Marino |
Durata intervista |
120 min |
Temi principali |
Lavoro, Matrimonio, Guerra, Politica, Riti e Costumi,
Affettività
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