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01 / GIARDINI DELLA MEMORIA
 
IO NON VOGLIO NIENTE
...Sono andato ad imparare il mestiere da Ennio a undici anni, mi ha insegnato lui, i ci sono stato più di dieci anni.
C’era un signore di Fano che dava il lavoro, si andava a prendere con la bicicletta. Si faceva un paio di scarpe al giorno: il padrone di Fano aveva un negozio, prendeva l’ordinazione e noi facevamo le scarpe.
Ma facevamo anche le riparazioni per i clienti in campagna con il cottimo. Le famiglie di otto o dieci persone ti davano un quintale, un quintale e mezzo di grano per tutti i lavori di un anno. Te ne portavano di tutti i colori, scarpacce vecchie, cinghie, le cinture delle bestie che erano tutte scucite e le dovevi cucire: certi lavori! i più brutti! Le scarpe sono sporche, ci mettono i piedi dentro e il calzolaio ci deve mettere le mani: è un mestiere sporco, se le vuoi riparare le mani dove le tieni? Bisogna che le metti dentro. Poi piano piano ho incominciato ad andare a Fano, un viaggio anche due al giorno facevo per portare giù queste scarpe e prenderle. Poi ho cominciato a conoscere Fano, a girarla, lì non prendevo niente così mi sono stufato e ho detto: “Basta non ci vado più”.
Dopo la guerra sono andato a Fano sempre da un calzolaio, sempre “a banchetto” però facevo le scarpe nuove più che altro e le sapevo fare.
Allora c’erano le “forme”, ce l’ho ancora di sotto. Mettevi la tomaia nella forma, la montavi, la cucivi… quando uno lo sa fare è facile. C’è quello che è più rifinito e quello che è più grezzo, non sono tutte uguali le mani dei calzolai e neppure la vista.
A Fano prendevo poco ma tanto si prendeva 400 o 500 lire al giorno.
Dopo, nel 1958, sono andato in fabbrica: la morte. Le mortificazioni figlio mio! In fabbrica ci deve andare chi ha ammazzato il padre e la madre. Era a catena il lavoro, non so se mi spiego, la catena funziona così: se io non faccio questo, tu non puoi fare niente. Ecco, allora c’è quello che è più svelto che ne fa di più, quello che è meno svelto che ne fa meno e io non andavo veloce. Mi ha chiamato il padrone in ufficio, io facevo il falciatore, finivo il fondo, ha detto: “Ti dò 25 lire al giorno se fai qualcosa di più”. Facevo 130 carrelli, tre paia per carrello, facevo insomma 390 scarpe al giorno: cavolo, erano tante! Ma ne dovevo fare il doppio!
Mi ha detto: “Se fai qualcosa di più ti dò 25 lire la giorno”. Gli ho detto: “Stia a sentire, io più di questo non faccio. Quello che faccio le sta bene?”. “Sì”. “A me la paga che mi dà mi sta bene…”, perché prendevo la paga e in più mi dava 10 lire al giorno come premio. “Io non voglio niente, se quello che faccio le sta bene a me la paga mi sta bene. Siamo a posto così, siamo a pari”.
Me ne ha dette di tutti i colori, ha detto: “Sei il primo che mi rifiuta i soldi!”. Gli ho detto: “Può darmi anche la fabbrica tanto io più di questo non faccio, faccio il possibile. Se le posso fare faccio anche più scarpe, ma non voglio niente. Cavolo! Quando è la sera lei esce e va la bar? Anch’io voglio andare al bar, ma non in ginocchio, in piedi!”.
Porca miseria, pretendeva proprio la pelle! ma era tanta la gentaccia oltre al datore di lavoro! le carogne, gli operai, i ruffiani, i leccapiedi, il capo operaio, giravano intorno e facevano la spia al padrone. Uhhh! con i sindacati le cagnare, le cagnare! Io ero iscritto alla CGIL. Gli scioperi che abbiamo fatto! Poi nel ’70-’71 la fabbrica è stata anche occupata ma dopo hanno durato poco, un paio di anni e hanno chiuso. Il figlio del padrone, il più piccolo, per non dare l’aumento di cinque lire agli operai, è andato a far la fabbrica a Monterado! ...
Rielaborazione della testimonianza

 

Dati intervista
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Cognome Nome
Pagnetti Aldemiro
Mestiere svolto
Calzolaio
Data di nascita
19/06/1926
Data intervista
3 febbraio 2006
Luogo di Nascita
San Costanzo (PU)
Durata intervista
80 min
Temi principali
Lavoro, Famiglia, Politica, Emigrazione, Guerra, Tempo libero, Vacanze

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