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01 / GIARDINI DELLA MEMORIA
 
MIETEVANO IL GRANO
...Dal ’35 al ’45 sono stato sempre impegnato con loro. Mi hanno richiamato sette volte e io non dovevo farlo per niente il soldato, perché mi era morto un fratello per causa di guerra e avevo i genitori inabili al lavoro.
In Jugoslavia sono stato sei o sette mesi e il 13 giugno sono partito da là, perché si vede proprio che quando uno è destinato è destinato! Quando arrivava un ordine non si sapeva mai niente, quella sera ha letto st’ordine in camerata il sergente: Oste - io ho cominciato a pensare - ci rientro anch’io in questa faccenda”, perché chi aveva un fratello morto per causa di guerra e aveva genitori inabili al lavoro ed era figlio unico poteva tornare a casa. Scrivo a casa e difatti mi hanno mandato i documenti e tutto bene è andato. Sono partito, gli altri facevano la marcia, era di venerdì, e io venivo a casa. Sono arrivato a Durazzo con il mezzo di servizio così, insomma con i mezzi che si trovavano si saliva su. A Scutari abbiamo dormito su di un cassone e la mattina siamo partiti e siamo andati a Durazzo. A Durazzo siamo stati sempre a sedere sullo zaino e lì si aspettava che si doveva fare la contumacia per venti giorni. “Venti giorni dovete stare qui”
“Venti giorni sono parecchi!”
Oh, il destino ha voluto che la sera ne mancassero tre nel piroscafo per tornare in Italia e noi eravamo a sedere lì sullo zaino e ci hanno imbarcato. Sono tornato a casa che mietevano il grano. Ma non è finita lì perché dopo sono stato richiamato due volte a Mestre mi pare, una volta a Venezia e una volta a Chiaravalle. Dopo sono stato richiamato a Vergato, eravamo, non mi ricordo bene, a Persiceto e da lì ci hanno mandato a San Giacomo in Martignone, come da Fano al ponte di Fano, non era molto distante, io ho preso sempre come misura Fano e il ponte.
Noi facevamo servizio per i carabinieri lungo la ferrovia, avevamo un tratto di ferrovia e sempre su e giù per quella ferrovia per fare i controlli. C’era un maresciallo che non capiva niente, era uno di lì vicino: “Eh, tu hai paura, hai paura…”, diceva a me. “Io ho paura, certo che ho paura chissà adesso cosa ci fanno i tedeschi…”. Sicché i tedeschi il giorno prima avevano fatto le esercitazioni lì, sapevano che noi eravamo lì. Eravamo in dodici, a Curziett l’hanno preso per il bavero della giacca ed è scappato, ha fatto in tempo a scappare, io dovevo dare il cambio a quelli, sono fuggito lo stesso, al maresciallo l’hanno preso sul letto, agli altri li hanno presi tutti sul letto, perché noi eravamo usciti, eravamo qua alla stazione e alla stazione non davano più comunicazioni perché a mano a mano tagliavano il telefono. Non si è visto più nessuno, sono fuggiti tutti.
Mi ricordo che noi abbiamo messo la cassetta delle munizioni (quello me lo ricordo bene) dietro un muro di una casa di là dalla ferrovia, era una bella casa, c’era il fienile e ci siamo stati una notte su quel fienile, perché una donna ci aveva detto: “Non andate via, siete sotto sorveglianza e può essere che vi mettono sotto processo.” Ma dopo che abbiamo dormito il contadino ci ha detto: “Ragazzi, qui la faccenda diventa seria, voi prendete e andate via” e anche quella donna che era nella casa ha detto: “Ragazzi andate via, fate come vi pare che io non voglio sapere più niente.” Abbiamo messo i fucili in un frattone, abbiamo nascosto i fucili lì, poi il contadino ci ha vestiti bene: a me ha dato una tuta, agli altri una maglia, qualcosa, abbiamo preso una pagnotta di pane e siamo partiti. Abbiamo camminato un giorno e mezzo, siamo passati giù per un campo di canapa, quella volta piantavano la canapa da quelle parti, tutta canapa era, siamo passati giù tra la canapa e siamo andati alla stazione, alla stazione non andava più niente. Mi ricordo che siamo passati in un posto dove coglievano le mele, mi hanno dato una mela così grossa, non ce la facevo nemmeno a portarla. Camminavamo di sera, sono entrato in un fosso; perché su a Bologna, da quelle parti ci sono tutti i canali di acqua e allora non ci sono arrivato a saltare dall’altra parte, sono caduto in acqua, tutto bagnato, un macello. Abbiamo camminato un giorno e mezzo e non c’era niente al di fuori della ferrovia. Abbiamo visto un carro armato e siamo passati alla larga. A Corticella abbiamo trovato chi ci portava in bicicletta: “Voi non pensate a niente, ci pensiamo noi a portarvi a casa.” Sicché sono andati a vedere alla stazione a che ora passava il treno. Verso le sei partiva. Abbiamo preso le biciclette, eravamo due o tre, non mi ricordo, io e Curziet di sicuro e a Corticella siamo saliti sul treno e a mezzanotte siamo arrivati a Marotta. Ci siamo fermati in una vigna, qui ho raccolto un grappolo d’uva per mangiare e ho detto “Se ci vedono può darsi che ci danno una schioppettata.”
Da Marotta sono andato a casa a piedi...
Rielaborazione della testimonianza

 

Dati intervista
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Cognome Nome
Rovinelli Vincenzo
Mestiere svolto
Coltivatore diretto,
costruttore edile
Data di nascita
27/02/1912
Data intervista
13 maggio 2006
Luogo di nascita
Stacciola di
San Costanzo (PU)
Durata intervista
120 min
Temi principali
Lavoro, Guerra, Famiglia, Tempo libero, Riti e costumi

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